Fabio Mussi (Magazine – febbraio 2007)

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Fabio Mussi, 59 anni, ministro dell’Università, leader della sinistra Ds, piombinese, figlio di operai («Ma mai operaista»), ballerino provetto e velista navigatissimo, sta rannicchiato in trincea. All’ombra della Quercia. Dice che il Partito democratico «non s’ha da fare». Resiste. Ma non spiega mai come si muoverà lui nel caso il Pd nascesse sul serio. Guiderà una scissione? Se ne andrà altrove? E dove andrà?
C’è chi ipotizza una gauche plurielle nostrana che potrebbe comprendere tranquillamente lo stesso Mussi, Fausto Bertinotti, Oliviero Diliberto e qualche verde.
«Tranquillamente lo trovo un avverbio esagerato».
Allora Mussi che farà? L’ala sinistra di una federazione democratica?
«L’ipotesi della federazione mi pare sia stata accantonata».
Insomma nel Pd ci resterebbe o no?
«Non me lo chieda».
Glielo chiedo.
«Per ora voglio fermare il treno del Partito democratico. Vorrei che i diesse non venissero sciolti».
Ma la maggior parte dei militanti sta con i democratici Fassino e D’Alema.
«Per portare avanti questa operazione si è fatto ricorso al genoma comunista».
Che sarebbe?
«Una combinazione di fattori: la sindrome dell’assedio, l’inevitabilità dei processi storici, l’infallibilità della classe dirigente. Si va avanti con l’eccezionalismo italiano: prima avevamo il più grosso partito comunista d’Europa. Ora si punta al Partito democratico, che in Europa non c’è. Non e-si-ste».
Dicono: esiste negli Stati Uniti.
«Trovo velleitaria ogni ipotesi di agganciare i Democratici americani».
Non le piacciono? Tra Hillary Clinton e Barack Obama chi preferisce?
«Obama. Ma qui in Europa c’è il Pse. La tradizione socialista».
E il partito popolare è un avversario.
«È un’altra famiglia».
Di cui fa parte la Margherita di Francesco Rutelli. A quanto pare, i Dico sono la dimostrazione di come Ds e Dl possano fondersi.
«Un compromesso di governo si può sempre trovare».
Persino tra Paola Binetti e Franco Grillini…
«Ma di sicuro non si possono avere punti di vista così distanti in uno stesso partito. Io sono per una coalizione di governo solida. Ma una coalizione».
Il cardinal Camillo Ruini proprio sui Dico vorrebbe influenzare i cattolici eletti.
«Ruini ha posizioni politicamente sempre più invasive. Ora siamo arrivati all’editto. La Chiesa sta regredendo rispetto al Concilio Vaticano II».
Lei ha detto: servono riforme, non riformisti.
«Sono stato al congresso del Pse ad Oporto. Lì, nessuno ha usato le parole riformista o riformismo. Si parlava di progetti».
Lì. Qui il riformista Nicola Rossi ha lasciato i Ds.
«Stimo Nicola. Anche se raramente siamo d’accordo su qualcosa».
Le liberalizzazioni sponsorizzate da Rossi e dai cosiddetti riformisti secondo lei sono di sinistra?
«Non tutte. Alcune introducono giustamente elementi di concorrenza. Ma non è di sinistra privatizzare l’acqua. E non è stata di sinistra la privatizzazione della Telecom».
Guardi che quella l’ha fatta il centrosinistra. I «capitani coraggiosi» di D’Alema…
«Non mi pare sia venuta molto bene. E insisto: per come sta nascendo, anche il Partito democratico verrà male. Si parte dalla convinzione che è vincente una sinistra di centro. Il modello blairiano».
Inutile chiederle chi preferisce tra Tony Blair e José Luis Zapatero…
«Zapatero. Ovviamente».
Se il leader del Pd fosse il suo amico Walter Veltroni lei potrebbe aderire con più entusiasmo?
«Non è una questione di leader. Il problema è il progetto: è impensabile che in Italia non ci sia una grande forza di ispirazione socialista».
Una donna possibile leader di questa grande forza? La Ségolène Royal della sinistra italiana?
«Indico un gruppo. E ai nomi che si fanno di solito, Finocchiaro e Turco, aggiungo quello di Fulvia Bandoli».
Voi cinquantenni non avete formato una classe dirigente che vi sostituisca.
«In effetti c’è una rarefazione di giovani promettenti».
Perché?
«Perché prima i leader cooptavano i rompipalle bravi. Quelli che contestavano i propri padri e crescevano nel confronto/scontro. Ora vengono cooptati gli obbedienti».
Uno bravo e non obbediente?
«Arturo Scotto. Il più giovane deputato di Montecitorio. Ha grandi qualità. E crescerà».
Lei quando ha cominciato a fare politica?
«Prestissimo. Sono nato a 200 metri da un altoforno. Famiglia di metalmeccanici, portuali e braccianti. Comunisti, di quell’aristocrazia operaia poverissima, ma fissata con l’istruzione. Il sapere come fonte di riscatto. Nel 1965 mi iscrissi al Pci, mentendo sull’età, perché non avevo ancora diciotto anni».
Poteva iscriversi ai giovani comunisti.
«Consideravo la Fgci un giocattolo per fanciulli».
Si trasferì a Pisa…
«Feci il concorso per la Normale. L’unica università che forniva vitto, alloggio e qualche lira per gli extra. Non potevo permettermi altre sedi. Quell’esame per me fu come il ritorno dallo spazio con una navicella. Se avessi mancato l’obiettivo…».
Si sarebbe schiantato…
«Sarei tornato a Piombino a lavorare».
La leggenda vuole che appena arrivato a Pisa venne coinvolto con D’Alema in una rissa…
«Non è una leggenda: i fascisti manifestavano a favore dei colonnelli greci. Io e Massimo lasciammo le valigie all’ingresso della Normale e ci buttammo nella mischia. Nacque un’amicizia».
A Pisa in quel periodo c’era pure Adriano Sofri. Era il leader di Lotta Continua…
«Un uomo molto duro. Avevamo rapporti tesi».
Ce li avete anche oggi. Sofri ha detto…
«… che è grottesco che io, Salvi e Angius non vogliamo entrare nel Pd. Beh, Sofri scrive spesso cose belle e importanti, che fanno pensare, ma stavolta ha proprio esagerato».
Il suo ricordo più cruento di quegli anni pisani.
«Uno scontro con la polizia. Nel 1969. Un ragazzo, Cesare Prandini, mi morì accanto, colpito al petto da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo. Mi sedetti per terra e piansi per un bel po’. L’anno successivo per scrivere la tesi di laurea andai in Germania, a Friburgo».
Aveva già uno stipendio come dirigente del Pci?
«No. I primi soldi dal partito arrivarono nel ’72, quando Giorgio Napolitano mi chiamò a Roma per occuparmi di Università».
Come erano i rapporti con Napolitano?
«Erano e sono rimasti buoni».
Lo dice perché è il Presidente della Repubblica?
«Lo stimo e credo che la cosa sia reciproca. Anche se siamo stati spesso su posizioni opposte».
Con Nicola Rossi quasi mai d’accordo, con Napolitano idem. Ma se è stato nello stesso partito con loro perché non ci può stare pure con Rutelli?
«Con Napolitano ci siamo scontrati anche duramente. Ma nel quadro di una appartenenza comune. Ogni volta che parlo con Rutelli, invece, mi accorgo che veniamo da famiglie diverse».
Torniamo alla gavetta.
«Nel 1974 entrai nella redazione di Rinascita. Una delle riviste culturali più diffuse d’Europa. Ci sentivamo padroni del mondo. Si alzava il telefono e si parlava con Jean Paul Sartre. Tre giorni prima del rapimento di Aldo Moro, tornai da Londra con una intervista ad Eric Hobsbawm sul terrorismo. Eric, un uomo straordinario. Ogni tanto lo sento ancora. Nel 1979 me ne andai dalla redazione».
Perché?
«Luciano Barca, neo-direttore, sostenendo che non aggiungeva nulla di nuovo, censurò l’articolo di uno storico cecoslovacco che volevo pubblicare per commemorare la primavera praghese».
Mussi non faccia anche lei l’ex comunista che stava nel Pci contro il comunismo.
«Chi è entrato in quel partito nel ’68, respirava una suggestione libertaria e anti-autoritaria. Nel Pci c’era anche l’ala ereticale della chiesa comunista».
Che però faceva parte di quella chiesa.
«Sì. E ricordo le difficoltà a dire quel qualcosa in più sull’Unione sovietica negli anni ’70».
È vero che da responsabile della propaganda del partito lei inventò i cartelloni 6×3, quelli giganti poi diventati famosi grazie a Berlusconi e alle sue promesse?
«Il primo che pensai per il Pci rappresentava un enorme prato verde. E sotto c’era scritto: “Questa è una proposta rossa”».
Gustavo Selva, senatore di Alleanza nazionale, sostiene che in quel periodo lui venne silurato per colpa sua.
«Realizzai un manifesto con una vignetta di Staino. Non volevamo Selva alla direzione del Tg1. Non venne nominato».
Una vignetta piuttosto efficace.
«Se il Pci dava un’indicazione così forte, la Dc, che decideva le direzioni, non poteva non tenerne conto».
Nel 1987 lei entrò nella segreteria del Partito. Insieme con Piero Fassino, Massimo D’Alema e Walter Veltroni. È vero che loro tre la chiamavano babbo?
«Sì. Avevo un atteggiamesnto un po’ paterno».
Tra di voi c’è ancora quell’attaccamento quasi famigliare dovuto alla militanza comune?
«No. Un giorno il babbo si è svegliato e i figli non c’erano più».
È vero anche che la sua amicizia profondissima con D’Alema cominciò ad incrinarsi con la fine della segreteria di Achille Occhetto?
«Il modo in cui Massimo si comportò, mi piacque poco».
Si dice che D’Alema entrò nella stanza del Segretario e gli disse che era tecnicamente obsoleto per guidare il Partito.
«Occhetto è l’uomo che ha creato le condizioni per la salvezza della sinistra italiana. Ed è l’unico di noi che si è guadagnato un posto nei libri di storia».
Lo rivorrebbe nei Ds?
«In un partito rinnovato, Achille farebbe una bella figura. Ma… Non mi chiede chi butterei dalla torre tra D’Alema e Veltroni?».
No. So che direbbe D’Alema.
«Infatti. Quando Occhetto lasciò, io votai per Veltroni segretario».
In compenso le chiedo perché a D’Alema lo hanno massacrato per la sua barca a vela e a lei nessuno ha mai detto nulla.
«Semplice. La mia barca l’ho comprata usata. L’ho pagata 50 milioni. La vuole sapere una cosa?».
Dica.
«A D’Alema gli ho insegnato io ad andare a vela. Lo portavo sulla barca di mio zio».
Si gioca. Delete: cancelliamo definitivamente un numero dal cellulare. Quello di Rutelli o quello di Bertinotti?
«Mi interessa di più Bertinotti».
Vladimir Luxuria o Camillo Ruini?
«Luxuria è un uomo moderno e intelligente».
Rosy Bindi o Anna Finocchiaro?
«Sono entrambe amiche. Fermiamo le cancellazioni».
A cena col nemico.
«L’ho già fatta questa cena ed è stata spumeggiante».
Con chi, scusi?
«Nel ’96, Berlusconi mi invitò a casa sua. C’erano anche Beppe Pisanu e Gianni Letta. Ero troppo curioso per rifiutare. Fu divertente. Il battutista Berlusconi trovò in me un avversario sfrontato».
Se invitato, ci riandrebbe?
«No. Di cene con Berlusconi ne basta una nella vita».
Snobismo gauchista? Non è che poi spunta la foto di una serata in cui lei e il Cavaliere ballate a braccetto?
«Ma figuriamoci».
Ha visto le foto della Melandri scatenata nella casa keniota di Briatore?
«Penso che si debba frequentare il meno possibile. Io frequento poco».
Se fa così, sfodero la sua foto leggendaria mentre balla al Bella blu.
«Mettiamo le cose in chiaro: io sono un buon ballerino…».
Specialità?
«Sudamericana. Ma ormai ballo poco e solo in casa di amici. Quella foto è stata fatta alla festa per l’insediamento di Mino Fuccillo alla direzione dell’Unità. Nel 1998. È uno scatto che mi perseguita».
Che cos’è il Toco Party?
«Non ne ho idea. Hanno scritto che partecipo a queste feste con altri esponenti della maggioranza, ma non è vero».
Sono i party con musica anni ’70 che si tengono all’Alpheus di Roma. Pare ci vadano molti suoi colleghi. Passiamo alla cultura generale. Quanto costa un litro di latte?
«Circa un euro e cinquanta».
Esatto. Che cos’è la Consob?
«È il controllo sulla Borsa».
Che cos’è YouTube?
«Un sistema informatico».
Sbagliato. Il ministro dell’Università e della ricerca non conosce il più famoso sito di raccolta e ricerca video.
«Il ministro dell’Università sta cercando di introdurre il principio del merito in tutte le Facoltà».

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Arrivaci al ministero. Ma soprattutto, escine. Il ministero dell’Università, a differenza degli altri dicasteri, si trova fuori dalle mura romane, nel quartiere Eur. Un palazzo di architettura fascista in ristrutturazione. Arrivo nella stanza di Mussi dopo aver attraversato una serie di corridoi bianchi, tutti uguali e senza indicazione alcuna. Sfortunatamente non lascio le molliche dietro di me. Così l’uscita dall’edificio diventa fantozziana. Per due volte scelgo la porta sbagliata e finisco in un cantiere. Mentre sto meditando di proporre un servizio su quanti anfratti sgarrupati e poco sicuri ci siano in un ministero, una gentile signora mi riacciuffa e mi porta all’uscita.

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