Daniele Silvestri (Magazine – giugno 2007)

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La filastrocca e lo strillo no global. Il gioco e la denuncia. Daniele Silvestri ha 38 anni e da più di dieci si muove in equilibrio sul filo intrecciato della canzone infotainment. Ha cantato il Pueblo Unido con gli Inti Illimani e scritto pezzi leggerissimi, come la Y10 bordeaux. Da anti-star pensa che il pop non debba essere necessariamente disimpegnato. Anzi. Il 1° maggio 2003, si è presentato sul palco di piazza San Giovanni, con una foto di Berlusconi sulla maglietta, per cantare Il mio nemico e poi ha fatto partire i «bassi dance» di Salirò. Mentre comitive di vacanzieri si apprestano a scuotere il bacino al ritmo della sanremese Paranza, il critico del Corriere Aldo Grasso ha già celebrato quella ballata, attribuendogli sapori pasoliniani. Con quel suo sorriso un po’ sghembo, Silvestri, incassa gli applausi degli ancheggianti e i complimenti dei più raffinati. E prima di partire per la tournée, si presenta al Gay Pride del 16 giugno, forte di una canzone dell’ultimo album il Latitante, intitolata Gino e l’Alfetta: storia di un etero che si scopre omo.
Diciamolo. Strimpellando le imprese del tuo Gino, che va a una festa piena di gente tutta entusiasta, approfitti dell’evento per farti un po’ di pubblicità.
«Il rischio di sembrare uno che punta alla promozione c’è sempre. In questo caso però non è così».
E com’è?
«Visto quel che è successo a Mosca, con i manifestanti aggrediti, mi sembra giusto andare».
Però la canzone sul gay Gino, l’hai scritta parecchio tempo fa. Anche lì, una questione di mercato?
«No. Circa quattro anni fa ho pensato che sull’omosessualità ci fosse un atteggiamento assurdo: vedevo ignorati i diritti ed esaltate solo le manifestazioni trasgressive e scenografiche. In tv era tutto un fiorire di Platinette, Malgioglio…».
Ora ci sono i Dico…
«Sono spariti dall’agenda del governo. Erano il minimo di cui accontentarsi e invece sono stati sacrificati».
La Santa Romana Chiesa…
«Più delle ingerenze vaticane, mi indigna vedere quanto i politici ascoltino certe indicazioni».
Di chi parli?
«Da elettore del centrosinistra mi sembra assurdo dover aspettare il socialista Enrico Boselli per ascoltare due parole sulla laicità. Da Fassino, da Rutelli e dagli altri dell’Unione, si sente ogni tanto una battuta in un tg, ma mai una battaglia vera».
Tu sei vicino a Rifondazione?
«Con alcuni artisti, come Ascanio Celestini, e con molti tecnici del mio settore, ho appena dato vita a una associazione che fa capo alla Sinistra europea».
La creatura di Fausto Bertinotti. Il presidente della Camera recentemente ha fatto un piccolo elogio dei parà della Folgore.
«Questa mi mancava. Comunque dentro Rifondazione, dopo che se ne era andato Bertinotti ci doveva essere un ricambio».
È arrivato Franco Giordano.
«A lui non riesco ad appassionarmi. E da Rifondazione vorrei più coraggio. Alle ultime elezioni ho votato l’Italia dei Valori».
Un guevarista che vota Antonio Di Pietro?
«Mi sembrava uno dei pochi voti credibili. Per me la legalità e l’antiberlusconismo sono una priorità».
C’è chi considera Di Pietro un paladino dell’antipolitica.
«Se per antipolitica si intende anti-casta, mi sta bene. La senatrice dell’IdV, Franca Rame, tra l’altro, sugli sprechi si sta impegnando parecchio».
Il senatore dell’IdV, Sergio De Gregorio, invece…
«Di Pietro non azzecca sempre la scelta dei candidati».
La tua passione per la politica da dove ti viene?
«Mio padre Alberto era comunista. Quando avevo due anni, a Parigi, mi portò in pellegrinaggio a conoscere Daniel Cohn-Bendit. Mia madre mi ha raccontato che l’intellettuale francese mi regalò una fragola».
Tuo padre è stato lo sceneggiatore di Sandokan. Telefilm anticolonialista.
«Lui avrebbe voluto farlo anche più rivoluzionario. Quando mi leggevano la sceneggiatura sognavo a occhi aperti».
Scuole?
«Liceo Mamiani, a Roma».
Il più politicizzato della Capitale.
«Quando ci sono entrato, tra me e quelli dell’ultimo anno c’era un abisso antropologico. Qualcuno di loro aveva vissuto gli ultimi strascichi del movimento del ’77. Io ero contrario a scimmiottare nostalgicamente quegli anni. In assemblea sarò intervenuto 5 volte».
Non un grande impegno. Chi c’era con te al liceo?
«Gabriele Muccino. Che era di poco più piccolo, ma lo frequentavo. Per un certo periodo abbiamo pure corteggiato la stessa ragazza. Era considerato un po’ un soggetto».
Traduzione per i non romani?
«Un po’ imbranato. Quando mi invitò alla prima del film Come te nessuno mai (che racconta un’occupazione del Mamiani), uscii in lacrime e gli manifestai il mio stupore. Una cosa tipo: “Proprio tu, hai fatto questo bel film?”».
La musica?
«Mia madre cantava il jazz. Mio padre scriveva. La casa era zeppa di libri e di dischi. Per anni mi sono addormentato sbirciando le costole dei volumi che riempivano la libreria immensa di papà, piazzata davanti al mio letto».
La leggenda vuole che tuo padre ti parlasse in rima.
«Lo faceva per gioco. Penso sia stata una cosa importante per imparare a usare vocaboli nuovi. Da ragazzino avevo sempre pronto un gioco di parole. Ora faccio lo stesso con i miei figli».
La prima volta con uno strumento tra le mani?
«Avrò avuto 3 anni. Giocavo con il pianoforte di mio zio».
La prima canzone scritta?
«Sulla Roma dello scudetto».
Verso clou?
«Tra Conti, Falcao / Berlinguer e forse Ingrao / non saprei chi preferire…».
Col senno di poi?
«Toglierei Falcao. Ma tra gli altri, dopo vent’anni…».
Fassino ha scritto che negli anni Ottanta, tra Craxi e Berlinuguer, fu il socialista a vincere la partita della modernizzazione…
«Che tristezza».
Torniamo alla gavetta. Avevi un gruppo?
«Entrai in una band che faceva cover dei Duran Duran. Io non amavo Simon Le Bon. Ma loro mi accettarono perché avevo una tastiera pazzesca. Ottenuta con l’inganno».
Con l’inganno?
«Feci credere ai miei genitori che desideravo un motorino. Loro non volevano regalarmelo. Dicevano che era pericoloso. Contrattai, e dopo una lunga mediazione ottenni la tastiera».
Concerti?
«Il primo fu un disastro. Mi preparai per settimane, ma nel cortile della scuola, per problemi tecnici, nessuno mi sentiva. Alla fine la più carina del liceo venne da me: si complimentò per degli effetti speciali di cui non avevo alcun merito. Sfondai a calci una porta dei bagni».
I primi soldi fatti suonando?
«Come strumentista turnista».
Con quali band?
«Scialpi e i Righeira».
No east, no west e Vamos a la playa?
«Esatto. Ancora ricordo una tournée in Calabria con i Righeira. Una sera, mentre suonavamo nella piazza di un paesino, improvvisamente e senza che nessuno ci avesse avvertito, da un palazzo partirono i fuochi d’artificio. Ci colpirono e dovemmo rifugiarci sotto il palco».
La canzone con cui hai svoltato la carriera?
«Decisi che avrei fatto il musicista dopo aver vinto il Premio Tenco. Nel 1994. Nell’album c’era Voglia di gridare».
Quella in cui dici: lo slogan è fascista di natura.
«Dopodiché di slogan io ne ho usati molti».
Nel 1997 sei andato a Cuba alla festa della Gioventù comunista e hai scritto Cohiba, un inno a Che Guevara e all’isola castrista.
«In realtà quello è un atto di amore verso la forza di un mito».
Insieme al mito c’è un regime repressivo. In quel 1997, se avessi dovuto scegliere dove vivere, avresti detto la Cuba di Fidel Castro o gli Stati Uniti di Bill Clinton?
«Cuba».
Ma parli sul serio?
«Sì. Ma non è una risposta politica».
La politica e i diritti ti sembrano una faccenda secondaria?
«Non ci crederai, ma se penso alla vita a Cuba, il regime è la quarta o la quinta cosa che mi viene in mente».
Prima che cosa c’è?
«La musica, il modo che hanno i cubani di battere il ritmo…».
All’anima del cantautore engagè. Siete rimasti in pochi.
«Molti colleghi ritengono sconveniente l’impegno. Mi dicono: “Sei coraggioso”, ma poi scelgono altre strade. Io non prendo nemmeno in considerazione l’eventualità di non esibire una posizione su certi temi».
Poi però vai a Sanremo con Salirò e con la Paranza.
«A Sanremo ho sentito spesso un certo imbarazzo».
Snob.
«Sì, un po’ per snobismo. Ma anche perché spesso il pezzo che porti assume un valore diverso da quello che vorresti. La Paranza ora rischia di soffocare il resto dell’album».
Sarà pure soffocante, ma il motivetto tempesterà i timpani degli italiani tutta l’estate. Sono affari.
«A Sanremo si trova il meglio e il peggio del mondo della musica. Io non amo l’aspetto del vendersi, ma devo ammettere che quindici giorni a Sanremo, col naso turato, hanno un valore immenso sulla promozione…».
Per evitare inconvenienti e imbarazzi comunque basterebbe scegliere circuiti assolutamente alternativi, ma di nicchia, come hanno fatto alcuni tuoi colleghi.
«Ho un contratto con una casa discografica. E poi mi fa piacere che più persone possibili ascoltino la mia musica e i miei testi. Ciò non toglie che percorro anche strade alternative: su Internet e suonando dal vivo».
Bivio: devi scegliere tra un concerto per l’Africa con Bob Geldof e Sanremo…
«Geldof…».
Sicuro?
«Io quest’anno a Sanremo ci sono andato soprattutto perché se no non avrei mai finito il disco. Ha funzionato da dead line».
A proposito del disco. Nel Latitante c’è una canzone contro il berlusconismo a cui si sarebbero arresi tutti gli italiani (Love is in the air), una sugli accorgimenti estetici dello «zar Berlusconi» (Che bella faccia), e una (A me ricordi il mare) in cui sei spietato con Antonio Socci: «E piano piano vai giù, come un programma di Socci».
«L’ho scritta tre anni fa. Ora capisco che sembri un po’ come sparare sulla Croce Rossa».
Stabilito che Socci non ti piaceva… che tv guardi?
«Accendo alle 20.15 per vedere Blob».
Very gauche.
«Report di Milena Gabanelli batte tutti. Ma guardo volentieri anche Otto e mezzo di Giuliano Ferrara. Non condivido le sue idee, ma a differenza di alcuni amici di sinistra che per disprezzo non lo guardano, io credo che faccia benissimo il suo mestiere. Per fortuna che c’è Ferrara ad approfondire».
I tuoi cantautori di riferimento?
«Lucio Dalla, Paolo Conte, Edoardo Bennato».
Musica impegnata: Bennato scrisse Sono solo canzonette. «Gli impresari di partito / mi hanno fatto un altro invito…».
«Quel titolo ce l’ho ben stampato in testa. Mai scordarsi che sono solo canzonette…».
Ma quanti impresari di partito ti rivolgono inviti?
«Tantissimi. Soprattutto a livello locale».
A livello nazionale?
«Fausto Bertinotti. Una volta mi coinvolse in una serata in piazza Campo dei Fiori. C’erano venti spettatori e l’organizzazione tecnica era imbarazzante».
Francesco De Gregori, dopo un passato di militanza a sinistra ha scritto una canzone controversa sui Ragazzi di Salò.
«Ognuno ha il diritto di fare il percorso che preferisce. E lui, visti i capolavori che ha scritto, ha più diritto di altri a rivendicare una sua coerenza».
A cena col nemico?
«Tutta una cena? Direi Nicholas Sarkozy».
Nelle banlieues parigine storcerebbero il naso per questa risposta.
«Invidio molto un Paese in cui si può scegliere tra due leader come Sarkozy e Ségolène Royal».
Ospite in radio da Linus o da Fiorello?
«Devo proprio? Da Fiorello ci si diverte di più».
La tua sliding door.
«Il 22 marzo 1993. È il giorno in cui ho conosciuto il mio produttore Enzo Miceli».
La canzone che non scriveresti mai ma che fischietti sotto la doccia?
«Non saprei. Però mi è successo di sorprendere me stesso mentre fischiettavo inconsapevolmente la Paranza. Ho provato un certo imbarazzo».
Un duetto pop: con Laura Pausini o con Tiziano Ferro?
«Con Tiziano».
Impegno zero.
«Come altri colleghi. Ma è bravo e scrive belle canzoni».
Delete. Devi cancellare un numero dal tuo cellulare. Il tuo amico Max Gazzé o la leggenda Paul McCartney?
«Max è un amico. Ma se davvero avessi il numero di Paul me lo terrei stretto. I Beatles li ho amati e studiati».
Paolo Conte o Edoardo Bennato?
«Cancello Bennato. Conte è come Bertinotti. Con lui ho una specie di legame affettivo».
L’amico di Castro, Gianni Minà, o il Pupone Francesco Totti?
«Terrei Minà».
Cultura generale. Che cos’è Second Life?
«Ho un Avatar. Avrei voluto organizzare la mia conferenza stampa su SL, ma i giornalisti che la frequentano sono ancora pochi. Ora sto progettando di farci un concerto».
Quanto costa un pacco di pasta?
«Un euro e trenta».
Un po’ meno. I confini dell’Afghanistan?
«Posso dire quelli dell’Iraq?».
No.
«Pakistan… Siria?».
Bocciato in geografia. L’articolo 1 della Costituzione?
«L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro».
È anche «democratica».

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Un tavolaccio di plastica coperto da un velo di sabbia. E due tazzine di caffé. Daniele mi accoglie nella sua casa sulla spiaggia del litorale laziale. Alle pareti ci sono le foto di famiglia. La sua compagna Simona (Cavallari, l’attrice), Pablo (il primogenito) e Santiago (il secondo). Domando: vengono anche qui davanti i surfisti a fare il saluto al sole all’ora del tramonto? «Per fortuna no. Qui non ci sono bar. Ma pare che i pescatori si stiano attrezzando per aprire un chioschetto». Non glielo chiedo, ma tutti e due sappiamo che se aprirà, quel chioschetto produrrà soprattutto fritture. Di paranza. E il tormentone musicale per Silvestri diventerà pure maledizione olfattiva.

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