Stefania Prestigiacomo (Magazine – febbraio 2007)

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Da ministro per le Pari Opportunità del governo Berlusconi si era beccata complimenti ulivisti per la costanza con cui aveva attaccato la legge sulla fecondazione assistita votata dai suoi alleati, per l’originalità con cui si era detta favorevole alla distribuzione gratuita dei profilattici e per l’irruenza con cui aveva criticato Rocco Buttiglione per una sua invettiva contro i gay. Di lei, molti omosessuali avevano detto: «È un ministro di destra con idee di sinistra». Legittimo dunque aspettarsi che sulle unioni di fatto, Stefania Prestigiacomo non avrebbe fatto troppe storie. E invece… La quarantenne pasionaria azzurrina si è piazzata in cima alle mura della Casa delle Libertà e ha gridato: «No pasaran».
Prestigiacomo, così è troppo facile: ha cercato intese bipartisan quando era al governo e ora che è all’opposizione fa le barricate.
«Non è così. Il mio no ai Pacs, in questo momento, serve ad evidenziare la spaccatura esistente nel centrosinistra. C’è un partito della maggioranza, l’Udeur di Clemente Mastella, che ritiene sbagliato l’intervento del governo sulle coppie di fatto. Quelli dell’Unione chiariscano questa loro contraddizione e poi entreremo nel merito del problema».
Nel merito: Silvio Berlusconi ha detto che la legge sulle unioni civili porta un attacco all’istituzione della famiglia.
«È la sua opinione».
A cui lei si adegua?
«No. Non credo che ci sia alcuna minaccia nel concedere certi diritti».
E allora perché si è scagliata pure contro il Presidente, Giorgio Napolitano?
«Perché in certe occasioni il Capo dello Stato dovrebbe rimanere silente. Mi è sembrato inopportuno che intervenisse su un tema caldo come quello delle unioni civili».
Quanto è opportuno, invece, che il capo di una coalizione si metta a designare il suo successore, neanche fosse un sovrano rinascimentale?
«È impensabile che Berlusconi si svegli la mattina e decida che Tizio o Caio saranno i leader del futuro. E infatti non lo ha fatto».
Ha fatto il nome di Fini… e poi ha ritrattato.
«Fini è un leader molto amato. Che ha goduto di grande popolarità quando era al governo e che anche tra gli azzurri ha un largo consenso».
A lei piacerebbe come leader?
«La successione non è all’ordine del giorno. Quando lo sarà, comunque, dovrà essere la base a decidere».
In che modo?
«Magari con le primarie».
Come ha fatto l’Unione nel 2005?
«Quello è stato un bel momento di democrazia».
Un candidato azzurro alle future primarie del centrodestra?
«Una donna».
Si sta auto-candidando?
«Non mi sento all’altezza. Si fa il nome di Letizia Moratti, che è bravissima e serissima. Ma ammetto che mi piacerebbe vedere anche candidati che non siano troppo nordisti. L’importante è che il leader non venga scelto dalle nomenklature di partito. Ci deve pensare il popolo del centrodestra, che tra l’altro vuole più unità».
Lei è per il partito unico?
«O per una federazione».
C’è anche chi pensa a rifare un Grande Centro. Mastella, Follini… In gioventù lei diede il suo primo voto alla Dc…
«Dal bipolarismo non si torna indietro. Anche se il processo di costruzione di un vero fronte liberale non è ancora concluso».
Che cosa c’entrano le radici missine di Alleanza Nazionale, partito della sua coalizione, con la tradizione liberale?
«Il Fini che ho conosciuto io, dal 1994 a oggi, è un liberale. Sono convinta che riuscirà a portare An su posizioni sempre più avanzate».
Sarà. Con Fini avete mai parlato del gossip che vi vedeva clandestinamente flirtanti?
«Ne abbiamo parlato. Certo che ne abbiamo parlato. E la nostra amicizia si è cementata».
Da vittima di un gossip, come ha vissuto lo scambio pubblico di lettere tra Berlusconi e Veronica Lario?
«Preferirei non commentare».
È normale usare un quotidiano per parlare con il proprio marito?
«Dal suo punto di vista, dato che l’offesa era stata pubblica, pubbliche dovevano essere le scuse».
Sicula. Si è detto che dietro il conflitto epistolare ci sia una guerra di patrimoni. L’eredità trilionaria di Berlusconi da spartire tra i cinque figli…
«Spero che non sia così. Veronica con la sua lettera ha centrato un sentimento a cui le donne tengono parecchio: la dignità».
C’è chi ha malignato: la difesa della dignità sarebbe credibile se prima si rinunciasse alle collane miliardarie di zaffiri…
«Mi sembra che Veronica abbia sempre interpretato con sobrietà il ruolo di moglie».
Non è che la first lady azzurra vuole scendere in politica?
«Non credo proprio».
Prestigiacomo, lei ha detto di essere molto gelosa…
«L’ho detto?».
Si. Se suo marito, Angelo Bellucci, coordinatore siracusano degli azzurri, facesse le stesse battute che ha fatto Berlusconi su Aida Yespica?
«Bisognerebbe vedere il contesto. Se fossi di cattivo umore…».
Che cosa?
«Lasciamo perdere».
Lei e suo marito avete cominciato insieme a fare politica dentro Forza Italia?
«Sì. Nel 1993. Io ero nella Confindustria siciliana. Mi chiamò Giuseppe Catania, di Publitalia, mi spiegò il progetto. Fissammo un appuntamento».
Dove?
«A Siracusa. Insieme con Angelo, con cui allora ero solo fidanzata, scegliemmo una minuscola trattoria. Anadammo vestiti maluccio. Non volevamo dare nell’occhio».
Perché?
«Eravamo un po’ diffidenti».
Poi ci fu la convocazione ad Arcore.
«Mi ritrovai lì, con altre ottanta persone. Molte le conoscevo. C’era Mario Ferrara, che ora è senatore: un amico che non sapevo avesse aderito al nuovo partito».
Vi accolse Berlusconi al pianoforte.
«Cantò il jingle…».
E Forza Italiaaa…
«Capisco che la cosa faccia sorridere. Ma lui fu molto carismatico. Lo conoscevamo come imprenditore leggendario. Quella strategia politica nuova, il kit del partito… Io rimasi a bocca aperta. Tornammo tutti caricatissimi. Tutti tranne uno».
Chi?
«Fabio Granata, che ora è il responsabile delle politiche culturali di Alleanza Nazionale. Lui aveva avuto una lunga militanza nel Msi. Era parecchio scettico. Durante il viaggio di ritorno da Arcore ci disse: A me sembra tutto una baracconata. Chissà, se fosse rimasto con noi azzurri…».
Ha mai pensato di dire «no» alla chiamata di Berlusconi?
«Certo. A quell’epoca lavoravo nell’azienda di famiglia. Decisi di accettare la candidatura dopo averne parlato con papà, con mamma e con mia sorella. Ricordo ancora la scena a casa dei miei: in tavola c’erano carne e pasta al pomodoro. Mio padre era onorato, ma anche stupito, che offrissero alla figlia di 27 anni un posto in Parlamento. Gli dissi: Non ho nulla da perdere. Come va, va… Andò».
Sette anni dopo era ministro.
«E sono rimasta al governo cinque anni. Sono tanti».
Ora è di nuovo deputato semplice. Una tra i tanti peones.
«Mi avevano avvertito: quando smetti di fare il ministro ti prende un coccolone».
Nostalgia del potere?
«Non mi sono mai considerata potente. Ma all’inizio mi sono mancati l’intensità di certe battaglie e lo staff con cui avevo legato. La prima cosa che ho fatto è stata comprarmi una macchina: prima non mi ero resa conto che a Roma se hai un bambino non puoi non avere un’automobile».
Il momento più duro al governo?
«Quello famoso… La crisi di pianto».
Berlusconi le disse di non fare la bambina. Perché insisteva troppo sulle quote rosa.
«Eravamo intorno al tavolo del Consiglio dei ministri. C’erano tutti. Silvio dichiarò che andava rinviata la decisione sulle quote rosa. Io mi impuntai…».
L’altra donna in Consiglio, Letizia Moratti, le venne in soccorso?
«No. Sulle quote rosa non l’ho sentita vicina».
Senza quote Forza Italia ha eletto soubrette e attrici: Mara Carfagna, Fiorella Ceccacci…
«La politica è ancora così misogina che per farsi accettare bisogna essere un po’ personaggi».
Un po’? Lei è una giovanissima veterana. Tra le file azzurre intravede un ricambio generazionale?
«Ci sono nuovi elementi di grande qualità».
Per esempio?
«Laura Ravetto. Deputata milanese. Secchionissima. Sta alla Camera dalla mattina alla sera».
Per il Partito democratico si parla di una leadership femminile. La settimana scorsa il ministro Gentiloni ha fatto i nomi di Anna Finocchiaro, Linda Lanzillotta e Giovanna Melandri.
«Giovanna, con cui ho un ottimo rapporto, è l’anima più giovane del partito. Anna meritava di fare il ministro della Giustizia».
Qualcuno per Finocchiaro ipotizzò pure la Presidenza della Repubblica.
«Ha lo spessore adatto».
Lei l’avrebbe votata?
«Non lo so. Ma è autorevolissima».
Non abbastanza per finire sulle gonne di Gattinoni. Ha visto l’ultima collezione? C’erano i faccioni di Hillary Clinton, di Ségolène Royal…
«Mi ha fatto male non vedere un’italiana. Come un graffio».
Che faccia avrebbe suggerito allo stilista?
«Quella di Emma Bonino».
Santanché contro Fini.
«Una contesa che non ho capito».
Fini non approvava il protagonismo della Santanché e la sua battaglia contro il velo e l’ha messa fuori dal gruppo dirigente del partito.
«Non credo sia così semplice. Ci sarà dell’altro, che né io né lei sappiamo».
Santanché ha detto che i colonnelli di An hanno le palle di velluto.
«Molto fine. Comunque, anche entrando nel merito delle sue proposte io credo che Daniela abbia fatto cose importanti, ma sul velo bisogna essere molto più cauti».
All’Eliseo chi ci vorrebbe: Nicolas Sarkozy o Ségolène Royal?
«Sarkozy per le idee. Ma non c’è dubbio che Ségolène ha un bel fascino».
A capo dei democratici negli Stati Uniti: Barak Obama o Hillary Clinton?
«Non lo dovrei dire: ma questo è il turno di Hillary alla Presidenza».
Ex presidenti della Camera: preferisce Nilde Iotti o Pierferdinando Casini?
«Nilde Iotti».
Defenestri dal partito: Marcello Dell’Utri o Michela Brambilla?
«Giù Dell’Utri. Che tanto sa quanto gli voglio bene».
La coordinatrice dei giovani Beatrice Lorenzin o la giovane deputata Mara Carfagna?
«Dopo la buriana tengo Mara».
Lei era favorevolissima al rientro dei Savoia in Italia: dalla torre butta Vittorio Emanuele o il pm Henry John Woodcock?
«Butto il pm. Le sue inchieste sono un po’ pelose».
L’errore più grande della sua vita?
«Non aver cominciato a far figli prima».
A cena col nemico?
«Un nemico-amico: Chicco Testa».
Non vale.
«Allora Dario Franceschini. È bravo, sarebbe una serata interessante».
Cultura generale. Attenta perché la portavoce di Forza Italia, Elisabetta Gardini, non ha risposto: che cosa è la Consob?
«La commissione che controlla… Che controlla…».
Scherza o imita la sua collega?
«… la Borsa. Elisabetta l’ha pagata cara quell’imboscata delle Iene. Lei non poteva non sapere».
Quanto costa un litro di latte?
«Due euro».
Uno e venticinque.
«Dipende dalla marca e da dove lo si compra».
Che cos’è Youtube?
«Mmh… Un programma per computer?».
Non proprio. È un sito di condivisione video. Lei mette il nome Prestigiacomo…
«… e spunta l’imitazione di Paola Cortellesi. Lo conosco. L’ho usato ieri con Angelino Alfano (deputato di Forza Italia ndr.)».
Salvata in corner. Le piace quell’imitazione di Paola Cortellesi? Fa una Prestigiacomo ossessionata da Giovanni Floris e dai governi di centrosinistra.
«Mi fa morir dal ridere. Sfotte questo mio accento siracusano. Ma che ci posso fare?».
Un corso di dizione?
«E mica sono un’attrice. Poi torno a Siracusa parlando con le e strette, come i milanesi, e i miei concittadini mi prendono a pernacchie».
Ultima: è vero che a Bangkok ha incontrato Jeremy Irons e lui le ha detto: «Ministro, è in gran forma, che film sta girando»?
«Mi ha fatto un complimento pazzesco. Bello Jeremy Iron.  Ma proprio bello. Non dico che lo sposerei, che se no…».

LINK:
Tutte le interviste fatte fino ad ora, si sono svolte negli studi degli intervistati: Leone in Rai, Binetti e Fontana in Senato, Gentiloni al ministero. Con Prestigiacomo ci incontriamo la sera tardi. Niente studio. Vado sotto casa sua. Citofono. Chiedo: «Salgo?». E lei: «No. Mio figlio è gelosissimo. Non ci lascerebbe in pace un attimo». Comincia un piccolo pellegrinaggio in cerca di un luogo silenzioso. Finiamo in un bar di piazza Navona. Prestigiacomo sceglie il tavolo attaccato alla vetrata che dà sulla piazza. Da fuori i passanti curiosano. Un’intervista in vetrina.

Categorie : interviste
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