Paolo Gentiloni (Magazine – febbraio 2007)

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(Intervista pubblicata su Magazine – Corriere della Sera, l’1 febbraio 2007).
Paolo Gentiloni Silveri, 52 anni, ha un passato nel Movimento studentesco di Mario Capanna e un presente da ministro della Comunicazione. Appartiene a una famiglia storica del cattolicesimo italiano (do you remember il Patto Gentiloni?), ma gioca nel ruolo di ala laica («Non laicista») del rutellismo. Guru della comunicazione e braccio sinistro del leader della Margherita, è da anni il suo consigliere più ascoltato, tanto che qualcuno ha azzardato l’equazione: Gentiloni sta a Rutelli, come Gianni Letta sta a Silvio Berlusconi. Gentiloni è un bipolarista sfegatato, un fan del partito democratico, e ora si è messo in testa di rivoluzionare la Rai e il sistema televisivo. Tra le altre cose, il suo disegno di legge diminuisce la quota di pubblicità arraffabile da un unico polo televisivo. Per questo alcuni avversari lo hanno soprannominato «il ministro ammazza Mediaset». Il Cavaliere lo ha accusato di banditismo. Lui replica sempre con tono felpato. Non alza mai la voce. Spesso sfoggia un sorrisetto un po’ romanesco: quello di chi si lascia scivolare addosso le polemiche.
Gentiloni, per molti forzisti la sua riforma è una vendetta nei confronti di Berlusconi.
«Puntiamo solo a riequilibrare il mercato».
Fedele Confalonieri sostiene che il Biscione vedrà ridotto di un terzo il suo fatturato.
«È un’iperbole. Il cambiamento dei monopoli domestici farà bene sia a Mediaset sia alla Rai».
Rai che oggi ha un Cda a maggioranza inquisita per la nomina del direttore Alfredo Meocci.
«Ho sempre detto che quella di Meocci fosse una nomina incompatibile. Se non si procede a una riforma della tv di Stato si rischia una grave paralisi decisionale».
Piersilvio, Berlusconi junior, sostiene che l’Unione voglia favorire Rupert Murdoch contro Mediaset. A lei piace lo «squalo» di Sky?
«Mi piace che abbia contribuito ad aumentare l’offerta per il pubblico televisivo».
Come fece la Fininvest negli anni Ottanta?
«La Fininvest portò una grande apertura nella nostra tv. Va detto che Berlusconi rispetto a Murdoch ebbe qualche aiutino in più».
Il meglio dell’offerta tv oggi?
«Alcuni programmi di Raitre e di Raieducational».
Un esempio?
«Ultimamente mi sono appassionato a una serie sui Papi».
Pio X nel 1913 permise al suo antenato Vincenzo Ottorino di firmare un accordo coi liberali: il voto cattolico ai candidati non anti-clericali. Il Patto Gentiloni.
«Me lo chiedono da quando andavo a scuola…».
Dove andava a scuola?
«Fino ai quindici anni sono stato il tipico montessoriano cattolico. Ricordo che con Agnese Moro, figlia di Aldo, lo statista dc, davamo lezioni di religione ai ragazzi più piccoli».
Dopo i quindici anni?
«Cambiò tutto. Andavo al liceo Tasso di Roma. Nel novembre del 1970 ci fu un’occupazione della scuola. Venne interrotta dall’intervento della polizia: una caciara».
Traduzione per i non romani?
«Fu uno sgombero movimentato. Il mio impegno politico cominciò in quel giorno. E provocò una rottura con la mia famiglia. Il 12 dicembre 1970 scappai di casa. Era il primo anniversario della strage di piazza Fontana. Partii per andare alla manifestazione di Milano. Ma fu una fuga controllata».
Cioè?
«Avevo rivelato al prete gesuita del Tasso, Tommaso Ambrosetti, dove ero diretto, in modo che lui lo potesse comunicare ai miei genitori».
Una volta Gentiloni ha descritto così la trasformazione di quel periodo: «Da ragazzi che giocavano a pallavolo a uomini che si fumavano di tutto».
«Chi è che ha detto questa cosa? Io?».
Eh, sì. L’ha detta a me qualche anno fa. Allora non era ministro. Conferma tutto?
«Non c’è dubbio che gli studenti fumassero qualsiasi cosa. Nella seconda metà degli anni Settanta nelle scuole purtroppo arrivò ben di peggio».
Chi c’era a scuola con lei?
«Il Tasso era completamente di sinistra. Degli unici cinque studenti impegnati a destra, tre sono diventati famosi. Ma nessuno era in classe mia».
Di chi parla?
«Di Antonio Tajani, Marco Follini e Maurizio Gasparri. I non di sinistra erano così pochi che si sono fatti strada. Darwinianamente».
Il Follini adolescente?
«Già democristiano. Il che era un’assurdità. All’epoca era meno improbabile essere fascista, come Gasparri».
O monarchico come Tajani. Perna sul Giornale ha raccontato che lei giustificò il pestaggio di un giovanissimo Tajani.
«È falso. Lo può confermare lo stesso Tajani. Non mi esercitavo sul terreno della violenza. Non avevo il fisico».
Chi altri c’era?
«Lucio Caracciolo, oggi direttore di Limes, era nella Fgci. Mentre uno dei militanti più creativi che stava con me nel Movimento studentesco, era Marco Muller, attuale direttore della Mostra del Cinema di Venezia. Per sette anni ho fatto su e giù tra Roma e Milano. Poi ho smesso di fare politica».
E ha cominciato con il giornalismo…
«All’Ora. Poi a Pace e guerra. Un mensile diretto da Luciana Castellina, Stefano Rodotà e Claudio Napoleoni. In redazione c’erano anche Giuliana Sgrena e Ritanna Armeni».
Tra i collaboratori c’era pure Massimo Cacciari.
«Sì. Era deputato del Pci. Girava in 500. Giocavamo a tennis in coppia. Lui spaccava le racchette…».
Come John McEnroe?
«Mi diceva: “Sii uomo, devi odiarli gli avversari”».
Ora a tennis Gentiloni gioca con Ermete Realacci e Chicco Testa. È vero che fate una partita propiziatoria ogni giorno delle elezioni?
«È successo fino al 2001. Poi il 13 maggio di quell’anno venne a vederci Bruno Vespa. Berlusconi vinse e noi interrompemmo la tradizione».
Realacci, Testa e Gentiloni… La lobby di Legambiente.
«Ermete e Chicco mi chiamarono a dirigere Nuova ecologia di Legambiente nel 1984. Avevo 29 anni e ci rimasi per otto».
A un certo punto si aggiunse al vostro gruppo anche un altro ministro dell’attuale governo: Giovanna Melandri. Com’era?
«Si occupava di economia e ambiente. Era supercompetente. Al limite della secchionaggine».
Nel ’93 il sodalizio con Francesco Rutelli.
«Aderii al comitato per Rutelli sindaco di Roma. E qualche mese dopo lui mi affidò l’organizzazione della campagna elettorale. La prima volta di uno scontro diretto tra leader».
L’avversario era Gianfranco Fini. I faccia-a-faccia come li preparavate?
«In maniera meno maniacale di come si usa ora. Ma ci si preparava. Rutelli non era il maestro che è oggi. Era aggressivo, reagiva alle critiche. Veniva dalla scuola radicale…».
E lei sudava per placare le sue intemperanze.
«Nei primi anni mi utilizzava come “moderatore”. Francesco veniva da me e diceva: “A quelli je famo…”. Per vedere come reagivo. Quel periodo comunque fu eccezionale. L’amministrazione della Capitale…».
Chi sarà il prossimo sindaco di Roma? Dopo Veltroni, Goffredo Bettini o Linda Lanzillotta?
«Sono ottimi entrambi. Ma come si fa a non dare la precedenza a una donna?».
Soprattutto se è del suo partito. Lanzillotta o Gentiloni?
«Ripeto. Come si fa a non dare la precedenza a una donna?».
Vuol dire che se le propongono di candidarsi a sindaco…
«Non lo propongono».
Torniamo al periodo del Rutelli capitolino.
«Tra le cose notevoli un incontro storico con Bill Clinton».
Gentiloni fan clintoniano?
«Clinton è una di quelle persone che, come Tony Blair, ha carisma politico. Perfino quando entra in una stanza tira fuori uno charme, una luminosità… Ha una marcia in più».
C’è chi dice che Berlusconi faccia lo stesso effetto.
«Non è così. Tutti i politici americani hanno una tecnica sopraffina. Sono capaci di performance da attori navigatissimi. Li ho visti all’opera a Boston, alla convention dei Democratici del 2004: perfezionano gesti, luci, toni. Usano schermi trasparenti dove leggono i testi, dando l’impressione di parlare a braccio. Ma Clinton aggiunge una sofisticazione del messaggio e dei contenuti tipica della politica europea».
C’è qualcun altro al suo livello?
«Barack Obama. È l’unico che ha lo stesso alone».
Primarie dei Democratici Usa del 2008. Obama o Hillary?
«Obama. Ma vincerà Hillary».
Perché?
«Perché è una macchina raccogli-fondi. E perché su tutti i temi ha una capacità incredibile di mettersi al centro dello schieramento politico. Pesca voti anche dall’altra parte».
Un italiano con quest’ultima caratteristica?
«Rutelli».
Partigiano. Da noi c’è qualcuno che ha l’alone alla Obama?
«No».
Chi sarà il leader del futuro Partito democratico?
«Chi avrà il coraggio di partecipare a una sfida e vincerla».
Vago. Un nome?
«Ci deve essere una competizione tra personalità. Non ci possiamo più permettere una leadership octroyée, cioè calata dall’alto, come quella di Prodi nel 1996 e nel 2006 o quella di Rutelli nel 2001. Basta vedere cosa è successo in Francia: la partecipazione alle primarie, poi vinte da Segolene Royal, ha rivitalizzato il partito socialista, uno dei più anchilosati d’Europa».
Anche in Italia una candidata premier donna?
«Magari».
Anna Finocchiaro?
«O Linda Lanzillotta. O Giovanna Melandri. Ma, se si presenteranno, avranno più forza i vari Veltroni, Rutelli e D’Alema».
Partito democratico. Sull’eutanasia più Livia Turco o Emma Bonino?
«Turco: una laica che capisce la difficoltà di stabilire i confini tra la vita e la morte. Una scelta che non si può delegare alla burocrazia ospedaliera».
Sulle coppie di fatto più Paola Binetti o Franco Grillini?
«Un anno fa non avrei esitato: avrei detto Franco Grillini».
Anche Gentiloni si è binettizzato?
«No. Condivido le posizioni moderate di Grillini…».
Ma…
«Ultimamente non mi piace la ideologizzazione che si fa dei temi sensibili che hanno a che fare con il rapporto con la Chiesa. Portarci su posizioni laiciste vuol dire seppellire l’Ulivo. Dopodichè non amo nemmeno chi nel fronte cattolico prende sempre posizione in coerenza con quanto chiede la Conferenza episcopale».
Parla di Rutelli?
«No. Rutelli ha sempre tenuto distinte le sue convinzioni personali da quelle della Margherita. Durante i referendum sulla fecondazione assistita nella Margherita c’è stata una pluralità di posizioni molto laica».
Nella pluralità il leader ha un peso.
«Vogliamo togliere a Rutelli la libertà d’opinione?».
Ci sono cattolici che lavorano per un Grande Centro.
«Il presidente del Senato Franco Marini lo ha detto chiaramente: oggi una terza posizione centrista non ha spazio nella politica italiana».
Mastella, Follini…
«Con tutta l’ammirazione per Follini, l’Italia di mezzo non c’è. Non fuori dal bipolarismo».
Pensa che in Italia ci sia qualcuno da riabilitare?
«Più che qualcuno, qualche cosa».
Che cosa?
«Il pensiero liberale. Nel partito democratico ci saranno sia eredi di una cultura comunista che è stata sconfitta dalla storia, sia militanti di una cultura cattolica che ha avuto torti e ragioni. Possibile che manchino interpreti di quella liberale, che ha vinto la battaglia culturale del Novecento? Cercansi disperatamente interpreti della cultura liberale».
Non ce ne sono?
«Giusto qualcuno. Una parte importante della Margherita. I leader storici come Valerio Zanone. Talvolta Giuliano Amato e Nicola Rossi».
Da ministro blogger. Un voto al suo collega Di Pietro che ha usato Youtube per fare il resoconto di un Consiglio dei Ministri?
«I ministri non dovrebbero fare resoconti dei Consigli. Da nessuna parte».
Da chi si farebbe intervistare: da Fabio Fazio o da Serena Dandini?
«Da Fazio. È più da “Ministro”».
A cena con il nemico?
«Con Gianni Alemanno. Mi pare sia di Slow Food».
Gentiloni gran gourmet. È vero che anche con Realacci andate in giro a caccia di leccornie?
«C’è stato un periodo in cui lo facevamo. Ora meno».
Anche perché ora lei passa molto più tempo con Rutelli, che non ha fama di buona forchetta.
«Francesco consuma cibi improbabili».
Dalla torre chi butta: Rutelli o Realacci?
«Siamo inseparabili».
Ultima: a chi darebbe la Palma della comunicazione politica. A Paolo Bonaiuti, portavoce dell’ex premier Berlusconi o a Silvio Sircana, portavoce dell’attuale presidente del Consiglio?
«A Sircana. Perché il lavoro di Bonaiuti è facilitato».
Quello di Sircana no?
«Nel caso di Bonaiuti il vero comunicatore è il suo capo».

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Prima di incontrare Gentiloni mi faccio raccontare qualche chicca da alcuni suoi conoscenti ed ex colleghi. Sono tutti abbottonatissimi, soprattutto su sua moglie, l’architetto Emanuela Mauro. Mi dicono che il ministro usa qualche espressione anni Ottanta. Per descrivere ciò che gli piace, dice: «Fichissimo». Allora gli chiedo quale è l’ultima cosa fichissima che ha fatto. Invece della riforma Rai, risponde: «Lo sci di fondo a Capodanno nel Tirolo austriaco». Poi, ricordandosi di essere ministro, esclama: «Lì in quei giorni hanno fatto lo switch off. Hanno messo in soffitta la tv analogica. Lì».

Categorie : interviste
Commenti
Marisa 11 dicembre 2016

62 anni!

Marisa 11 dicembre 2016

Ignosce mihi 😊

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