Giancarlo Leone (Magazine – gennaio 2007)

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Vicedirettore della tv di stato è il ras dei palinsesti. E in questa intervista parla di strategie tv ma anche delle pattinate da bambino a Montecitorio e degli allenamenti con Chinaglia. Racconta Di quando, lui e i fratelli, venivano chiamati «i tre monelli» e dei loro amori glamour. E confessa che, tra una partita a golf con Rutelli e un cinema con veltroni, sceglierebbe il golf…

Giancarlo Leone, cinquant’anni. Le classifiche delle riviste specializzate lo definiscono «l’uomo più potente del cinema italiano». Figlio di Giovanni, ultradiscusso Presidente della Repubblica degli anni Settanta, è cresciuto tra Montecitorio e il Quirinale. Da bambino pattinava in Transatlantico, da ragazzo componeva canzoni e sognava di fare il regista teatrale. Nel 1983 è entrato in Rai e non ne è più uscito. Da qualche tempo, oltre che amministratore delegato di Rai cinema, è anche vicedirettore della tv di Stato: il ras dei palinsesti. La sua stanza al settimo piano di viale Mazzini? Tre televisori accesi sui canali Rai, le locandine di film da lui prodotti o distribuiti, uno schermo gigante col televideo, un ritratto/collage in cui compare in posa pensosa con tanto di mano sotto al mento: risale al Festival di Venezia del 2003. In quell’occasione, dopo la mancata vittoria di Buongiorno notte, il film di Marco Bellocchio, Leone uscì dalla Mostra, furioso. Annunciò: «La Rai non porterà mai più un film a Venezia». Quasi che il premio fosse dovuto.

Un episodio di arroganza?

«Un errore di comunicazione. Il più grande della mia vita professionale. Non lo rifarei».
Anche perché l’incarico a Rai Cinema è in scadenza. Anzi è scaduto. Non se ne doveva andare a ottobre?

«Sì. Sto aspettando che venga nominato il mio successore».
Lei chi vedrebbe bene sul trono dell’industria cinematografica italiana?

«Credo che sarebbe giusto pescare all’interno della struttura per dare un segnale di continuità».
Si è fatto il nome di Freccero.

«È una persona che stimo, per carità. Ma insisto, andrebbe meglio qualcuno che ha già lavorato nella squadra».
Carlo Freccero è fermo da anni, ha annunciato una causa alla Rai. Dove lo piazzerebbe?

«Ho una mia idea. Ma è compito del Cda e del direttore generale Claudio Cappon decidere queste cose».
Cappon ha detto che in Rai sarebbe necessario uno snellimento anagrafico. Però Sanremo sarà presentato da Pippo Baudo? Il primo ospite annunciato è stato…

«…Johnny Dorelli».
Con tutto il rispetto: uno snellimento anagrafico a colpi di settantenni.

«Il Festival è un mondo a sé. Lo guardano anziani e giovanissimi. E ad affiancare Baudo ci sarà la Hunziker. Comunque anch’io promuoverei i giovani: assumendo programmisti e investendo su chi ha la capacità di creare nuove idee».
Qualche mese fa lei ha annunciato come un fatto straordinario che nel palinsesto si tornava alla puntualità: la prima serata che parte alle 21 e la seconda alle 23. Non  sembra una grande rivoluzione.

«È un cambiamento importante. Fortemente voluto anche dai telespettatori».
C’è chi ha detto che questo cambiamento rischia di favorire Mediaset.

«Non è così».
Walter Veltroni, Pier Ferdinando Casini e Giovanni Minoli hanno dichiarato: “Questa è una Rai diseducativa”.

«Hanno preso una cantonata. Ma è vero che ci vorrebbe più cultura: più musica e più teatro».
A scapito di una delle quattro puntate settimanali di Porta a Porta, la trasmissione di Bruno Vespa? C’è stata una bella polemica tra lei e il conduttore…

«Una polemica costruttiva».
Come quella che ha portato all’esclusione dal palinsesto della fiction Sottocasa, fortemente voluta da Agostino Saccà.

«Opinioni diverse».
Ha vinto lei. Saccà è un suo rivale?.

«Io e Saccà siamo stati spesso dipinti come avversari, soprattutto per la candidatura alla direzione generale. Ma quello è un posto a cui non aspiro».
E chi ci crede? Lo dice per prudenza.

«Lo dico perché negli ultimi 15 anni non ho visto un direttore generale lavorare come avrebbe voluto».
Lei, da vice-direttore, dopo quello di Santoro e Biagi, favorirà anche il rientro di Daniele Luttazzi?

«Non mi sembra che qualcuno abbia fatto richieste in questa direzione. Il mio sogno sarebbe rivedere in Rai Beppe Grillo. Ma per ora credo che lui abbia deciso di non tornare in Tv».
Grillo sul suo blog ha attaccato i cinque consiglieri Rai indagati per la nomina a direttore generale di Alfredo Mocci. Non è paradossale che quel Cda sia ancora in carica?

«Ho visto cose più paradossali».
Immagino. Lei riceve molte richieste di raccomandazione? C’è appena stata Vallettopoli…

«Ricevo molte telefonate. È normale. Ma non ho mai avuto problemi a resistere alle pressioni».
È mai stato intercettato?
«Una volta. Una intercettazione passiva».
Che vuol dire?

«Stefano Ricucci mi telefonò e salutandomi mi parlò anche delle sue vicende bancarie».
Lei non ha fatto favoritismi nemmeno nei confronti di Elena Bouryka, giovanissima moglie di suo fratello Mauro?

«Ma scherza? Tra l’altro Elena è agli esordi».
Sì, ma in Rai lavora abbastanza…

«Mio fratello mi conosce e quindi non chiede».
Mauro, Paolo (l’altro suo fratello), e lei…I “tre monelli”. Si dice che quando c’eravate voi, il Quirinale era una giostra di belle donne, festini, macchine lussuosissime.

«Sono leggende. Riportate da Camilla Cederna, in un libro quasi totalmente ispirato a OP l’agenzia di Mino Pecorelli: un centro scandalistico di ricatti. Cederna venne condannata per quel libro».
Di sicuro lei non faceva una brutta vita. Con suo padre Giovanni ebbe modo di fare anche qualche viaggio di Stato.

«Tre in tutto. A vidi il Cremlino di Breznev e di Gromiko dall’interno. Fu un bel privilegio».
Altri privilegi dell’epoca?

«Il martedì mi allenavo con la Lazio di Chinaglia e di  Maestrelli. Ricordo la marcatura di Wilson. Un martirio».
Nel capitolo sui “tre monelli” del libro di Cederna si parla anche di foto pubblicate su Novella 2000 che la ritraevano con donne bellissime. Le foto non mentono.

«L’unica cosa vera è che vivevo al Quirinale ed era la prima volta che un presidente aveva figli giovani».
Le vengono attribuiti flirt super glamour. Carole Andrée, la perla di Labuan…

«Un’invenzione».
Monica Guerritore…

«Con lei sono stato due anni. Quando l’ho conosciuta avevo diciotto anni, lei ne aveva sedici. Una storia travolgente».
Suo fratello Paolo invece stava con la star dei fotoromanzi Claudia Rivelli…

«Una ragazza bellissima, quanto la sorella Ornella Muti…».
Che invece frequentava l’altro fratello Mauro.

«Falso. Siamo solo usciti qualche volta tutti insieme».
Leggendo quel capitolo del libro di Cederna il vero monello sembra essere proprio suo fratello Mauro. Tra l’altro è il solo dei tre fratelli ad aver fatto politica (nella Dc): ha avuto pure qualche problema con le inchieste di Tangentopoli.

«È roba dell’inizio degli anni Novanta. In quel periodo finirono sotto inchiesta tutti i salotti buoni del Paese».
Torniamo ai monelli…

«Ci fu una campagna di diffamazione con chiari scopi politici. Mio padre si dovette dimettere. Entrò in depressione per motivi morali. Era un giurista prestato alla politica. Il modo in cui venne messo in discussione lo travolse. Sperimentai il cinismo di certi democristiani: lo lasciarono solo mio padre. Gli rimasero vicino soprattutto Francesco Cossiga, che era un amico. E Giulio Andreotti».
Cossiga e Andreotti sono ancora attivi. E come un fiume carsico sembra stia per riemergere anche la Balena Bianca. Mentre parliamo, il televideo dà la notizia che Mastella e altri centristi vogliono mettere fine alla diaspora democristiana. Leone è pronto a indossare lo scudo crociato?

«Per la politica di oggi ho un atteggiamento di attento distacco».
Lei è in quota…

«Io non sono vicino a nessun partito».
Area Udc / Margherita…

«Non sono un estremista. E posso condividere certi modi moderati di arrivare al cambiamento. Ma quando vado a votare non ho certezze, né appartenenze».
Riecco la prudenza dell’uomo Rai…

«Ho apprezzato l’appello del Presidente Giorgio Napolitano sulle riforme istituzionali condivise».
Napolitano ha appena dedicato un busto a suo padre. Quando c’è stato il primo gesto di riabilitazione nei suoi confronti?

«Il più significativo è stato quello di Marco Pannella, nel 1998. Scrisse una lettera al Corriere per chiedere scusa della campagna diffamatoria».
Secondo lei c’è qualcuno in Italia che andrebbe riabilitato?

«Politicamente Bettino Craxi».
Lo produrrebbe mai un film di riabilitazione su Craxi?

«Credo che il genere più adatto in questi casi sia il documentario».
Beh, lo manderebbe mai in onda sulla Rai un documentario di riabilitazione di Craxi?

«Sì. Ma non un documentario realizzato ad hoc per riabilitare. Piuttosto un prodotto che racconti la storia con un certo distacco».
Leone ha amici nella politica?

«Conosco bene Casini e Veltroni. Marco Follini è un mio grande amico. Lo frequento da 25 anni».
Follini, l’Italia di mezzo…

«Il dibattito sul piccolo e il grande centro non mi appassiona. La politica di oggi è molto diversa da quella che ho conosciuto da bambino».
Già. Lei nei Palazzi ci è nato.

«Papà è stato otto anni Presidente della Camera. Sono passato dalla clinica a Montecitorio. Poi ci siamo trasferiti in un comprensorio parlamentare sulla Cristoforo Colombo. I nostri vicini di casa erano Amendola e Pertini».
Com’era Pertini? Duro come si racconta?

«Diciamo caratteriale. A quei tempi comunque vivevo immerso nei libri che trovavo sugli scaffali di famiglia. Volevo fare teatro. A 18 anni avevo già letto la Recherche di Proust. È anche grazie a Proust che mi sono sposato».
Che cosa c’entra Proust con sua moglie Diamara Parodi Delfino?

«Ho incontrato Diamara per la prima volta da Babington. Le ho stretto la mano ed ecco un ricordo d’infanzia: sua zia Mimosa che passa a trovare mia madre. L’affetto per quel ricordo mi ha spinto ad approfondire la conoscenza di Diamara».
Un matrimonio madeleine. Diamara ha sedici anni meno di lei. È vero che tra di voi scommettete su qualsiasi cosa?

«Ci sfidiamo. L’ultima volta è stata sul nome di nostro figlio che ha un mese. Io lo volevo chiamare Carlo Gherardo. Lei voleva un nome solo. E allora ha fatto un blitz all’anagrafe della clinica e mi ha fregato: Gherardo e basta».
Torniamo alla gavetta. Il teatro. Voleva fare l’attore?

«No. Facevo l’aiuto regista. Per molti anni assistente di Romolo Valli al Festival di Spoleto. E ho lavorato con Giorgio De Lullo. Una volta mi lasciò da solo a far ripassare la parte a Franca Valeri e Paolo Stoppa. Temevo mi sbranassero. A 25 anni poi lasciai il teatro per l’altra passione: il giornalismo».
Anche sulla sua carriera giornalistica Cederna ebbe da ridire…

«Invenzioni. Ho cominciato al Piccolo di Trieste. Con me c’era Alberto Castagna. Poi venni assunto in Rai…».
Raccomandatissimo?

«Chiamato da Biagio Agnes entrai come redattore nella cayenna del Televideo. Una stanzetta minuscola dove stavamo in 12 con le telescriventi che ci rompevano i timpani. Tra i cronisti c’era anche Gabriele La Porta, attuale direttore di Rai notte. Quando arrivai Giorgio Cingoli, il direttore, mi disse: non ti illudere di fare carriera con me».
Poi però la carriera l’ha fatta: in poco tempo è passato all’Ufficio Stampa che ha guidato fino al 1995, al Palinsesto di cui è stato direttore nella Rai di Iseppi e Siciliano…

«Iseppi, con Cingoli è stato uno dei miei maestri in Rai».
Le hanno insegnato a districarsi in quello che è considerato un nido di vipere?

«Basta concentrarsi sul lavoro».
Riecco il prudentissimo. Vediamo come se la cava col gioco della torre.

«No, la prego».
Se non è la torre è un quiz per provare a scardinare la sua prudenza. Partita a golf con Rutelli o cinema con Veltroni?

«Li stimo tutti e due ma seguo la mia passione golfistica».
A cena con l’avversario: Fedele Confalonieri di Mediaset o Giampaolo Letta di Medusa?

«Giampaolo. È un amico ed è meno tosto».
Deve scegliere da chi farsi intervistare: Bruno Vespa o Fabio Fazio?

«Fazio. Lui e Fiorello sono i due che mi appassionano di più».
Serena Dandini o Lucia Annunziata?

«Annunziata. Con Dandini bisogna stare al suo gioco, preferisco il campo di Annunziata».
Un’ultima curiosità. Suo padre è diventato leggendario per la foto in cui fa le corna. Lei è superstizioso?

«Rientro nella norma… Sa, il gatto nero…».

LINK: Mi avevano parlato di un attaccamento incredibile di Giancarlo a sua madre Vittoria. Il link per parlarne me lo dà lui stesso. Quando arrivo nella sua stanza mi mostra una foto del 1963. La famiglia in visita dal Papa. Faccio: «Che bella sua madre!». E così parte il fiume affettivo. «Bella?», dice Leone. «Splendida. Ed è sempre stata vicina a mio padre anche nei momenti più bui, con un affetto straordinario. Se mi sono sposato tardi, a 49 anni, è anche perché il suo esempio mi ha fatto capire quanto sia importante e difficile trovare la donna giusta».

Categorie : interviste
Commenti
marianne Fazio 1 febbraio 2013

Cia gianfranco, life goes by, and past very fast, we did meet in Paris in 1997-1999. I am a friend of Grazziela Del Monaco. I did remenber all the good time we did have in R ome and Paris. I hope that you are well. Regards.
Marianne Drysdale

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