Dijana Pavlovic´ (Sette – dicembre 2014)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera, il 12 dicembre 2014).
Nelle ultime settimane l’avete vista spesso in tivvù, nel ruolo poco comodo di paladina della galassia “nomade”. Dijana Pavlovic´, 38 anni, serba di etnia rom, è attrice e attivista politica: un paio di candidature nella sinistra meneghina e la vicepresidenza della Federazione “Rom e Sinti Insieme”. Lingua tagliente. Battuta pronta. Le capita di difendere l’indifendibile. Ma anche di commuoversi. Durante il nostro incontro succede due volte: quando racconta dei piccoli maltrattamenti subìti dal figlio al parco giochi. E quando accenna a un uomo che l’ha lasciata proprio in quanto “zingara”.
Mentre parliamo scorre sui tiggì il brusio delinquenziale del “Mondo di mezzo”: i rom portati a votare alle primarie del Pd, i rom che rendono più della droga. Dijana sbuffa: «Lo dico da più di sei anni. I rom sono un business. A Roma ce ne sono settemila. Per gestire i campi in cui vivono vengono stipendiati 500 italiani, nessuno dei quali appartiene alla nostra etnia».
I campi rom di Roma, di Milano e di Bologna sono stati protagonisti anche dell’ultima campagna elettorale per le Regionali.
«Che c’è di nuovo? Da quando sono in Italia vedo sfilare politici tra le baracche. Una volta Daniela Santanchè si presentò in tailleur e tacchi a spillo. Ci dovrebbero almeno fare un regalo».
Chi?
«Salvini, Maroni, Borghezio… L’accanimento contro rom e sinti gli ha fatto raddoppiare i voti. Dicessero almeno grazie. Ipocriti».
Perché ipocriti? L’antipatia di Matteo Salvini nei vostri confronti è abbastanza esplicita.
«Salvini in pratica dice: “Io non sono razzista, sono loro che sono zingari”. E questa è ipocrisia».
Chi salva della politica italiana?
«Uno su tutti: Luigi Manconi. Si è impegnato molto per la nostra causa».
Gli italiani non si fidano dei rom. Molti hanno subìto furti in casa da parte di giovani “zingari”.
«Spesso vengono attribuiti ai rom furti di cui non sono colpevoli. Qualche tempo fa ero a Lugano, in Svizzera, e sono stata derubata. La polizia mi ha detto: “Saranno stati gli italiani!”».
Nega che tra i rom ci sia una propensione al furto?
«Esistono racket e associazioni criminali, ma non solo tra i rom. E non mi pare che in questo Paese, oggi, siano i rom a dover subire lezioncine sulla legalità. Amo De André quando canta: “… ora sappiamo che è un delitto, il non rubare quando si ha fame”».
La vulgata vuole che i rom rubino per arricchire i capi famiglia o per costruirsi ville fantastiche in Romania.
«Leggende metropolitane. Più aumenterà la disoccupazione e la povertà diffusa e meno saranno evidenti le differenze tra italiani e rom».
Difficilmente vedrà una donna italiana elemosinare per strada con un neonato in braccio.
«I rom hanno una tradizione secolare di elemosina. Non si vergognano a farlo. Io stessa quando ero piccola vendevo fiori per strada ed ero felicissima di contribuire all’economia familiare. Voi preferireste non vedere i mendicanti pur sapendo che poi muoiono di fame».
I rom hanno sussidi. Finanziamenti pubblici.
«L’inchiesta Mondo di mezzo ci sta spiegando come e da chi vengono usati».
I campi rom sembrano discariche a cielo aperto. Che ci siano o no i finanziamenti, l’incuria da parte degli stessi rom e sinti è evidente. Roghi, rottami ovunque.
«Io sarei favorevole a chiudere quei campi. La soluzione ideale sarebbe affidare ai rom delle piccole zone da autogestire: con luce, acqua e fognature. Responsabilizzandoli. Nei campi, invece, c’è una malsana abitudine all’assistenzialismo. Molti rom dicono: il comune ha stanziato i soldi per noi? E allora ci fornisca i servizi. Sia l’amministrazione a portare i bambini a scuola…».
Altro tasto dolente. I piccoli rom a scuola non ci vanno.
«Ci sono scuole in cui i sinti e i rom vengono messi in un angolo. Subiscono cattiverie indicibili da parte dei compagni. E allora preferiscono restare nei campi, dove scorrazzano in libertà. Lo sforzo per l’integrazione dovrebbe essere più profondo. Penso spesso ai nostri bambini: asinelli, che scrivono male, che hanno un futuro incerto e che si sposano prestissimo».
A che età ci si sposa tra rom?
«Spesso tra i 14 e i 18 anni. Io non l’ho fatto. Ma non capisco perché lo si consideri più strano che vendere la propria verginità per una ricarica telefonica, come fanno alcune adolescenti italiane in questi tempi turpi. Una ragazza rom non lo farebbe mai».
Sicura?
«Certo. Nella nostra cultura i soldi non sono nulla. Servono solo per sopravvivere. I valori sono altri».
Le capita mai di confrontarsi con qualche rom sulla necessità di una mediazione tra i valori italiani e quelli della vostra etnia?
«Lo faccio continuamente. Qualche mese fa in un carcere femminile ho incontrato una giovanissima madre rom. Le ho detto: “Hai 14 anni, che cosa sai tu dell’amore e di quello che avresti potuto fare nella vita se avessi aspettato qualche anno?”. Lei mi ha risposto che io ormai sono gagi».
Gagi?
«Vuol dire “non rom”. Mi ha detto che sono vecchia, che ho avuto il primo figlio a 33 anni, cioè quando si dovrebbe diventare nonne. Che mio marito a cinquant’anni mi lascerà per una ventenne e che alla fine mio figlio mi abbandonerà in un ospizio. Ha aggiunto che lei, invece, non avrà tre lauree e un lavoro socialmente apprezzato, ma avrà sempre intorno a sé una famiglia, bella e numerosa».
La sua famiglia. Lei è cresciuta nella Jugoslavia di Tito.
«I miei nonni erano maniscalchi, mestiere rom. Papà invece lavorava in un supermercato e mamma in una fabbrica di stoffe».
Il socialismo era inclusivo nei confronti dei rom?
«Era proibita ogni discriminazione. Ma il fatto che una “zingara” andasse bene a scuola era considerata un’anomalia. Certo, è poca cosa rispetto a quel che subiscono i piccoli rom oggi in Italia: mio figlio è costretto a vivere con imbarazzo la sua identità e le proprie tradizioni familiari».
Qual è il ricordo più felice legato a quelle tradizioni?
«Il bagno caldo coi fiori, ognuno con una caratteristica propiziatoria, che mia madre preparava il 6 maggio, giorno di San Giorgio».
Che studi ha fatto?
«A 17 anni mi selezionarono alla Facoltà d’arte drammatica di Belgrado: tra i primi dieci su 517 candidati».
Quando ha deciso di trasferirsi in Italia?
«Nel 1999. Conobbi un attore italiano durante un Festival internazionale e…».
L’impatto con l’Italia?
«I primi mesi li ho trascorsi in apprensione. Attaccata al telefono e ai tiggì. L’Italia di Massimo D’Alema bombardava con determinazione Belgrado. Io cercavo di avere notizie dei miei parenti e dei miei amici che erano ancora lì».
Come è stata accolta dallo showbusiness italiano?
«Abbastanza bene. Ma quando mi sono accorta che in Italia nessuno sapeva nulla della cultura rom, mi sono messa a tradurre libri, spettacoli, poesie dal rromani c´hib, la nostra lingua».
A cena col nemico?
«Non andrei mai a cena con un nemico».
Con Matteo Salvini? Con Mario Borghezio?
«No. Per chi mi ha presa? Ricorda che cosa ha scritto Salvini per commentare la foto pubblicata dal presidente della Toscana, Enrico Rossi, con i suoi vicini rom?».
Salvini ha twittato: «Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei?».
«Ecco. Non vorrei che qualcuno mi dicesse la stessa cosa dopo avermi vista a cena con Salvini».
Che cosa guarda in tv?
«Soprattutto news e i polizieschi americani».
Il film preferito?
«Un’anima divisa in due di Silvio Soldini».
La canzone?
«Khorakhanè di Fabrizio De André».
Il libro?
«Il derviscio di Meša Selimovic´».
Il libro che regalerebbe a un ragazzo italiano per fargli incontrare la cultura rom?
«Buttati giù, zingaro di Roger Repplinger. È la storia di un campione del pugilato tedesco che essendo rom finisce in un campo di concentramento».
Conosce l’articolo 1 della Costituzione italiana?
«L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro».
Le piace?
«Il lavoro è un problema in tutto il mondo. Non mi pare che in Italia si stia facendo abbastanza per risolverlo».
Sa quanto costa un litro di latte?
«Non faccio io la spesa. Ci pensa mio marito».
Conosce i confini di Israele?
«Sarebbe bello un confine con uno Stato palestinese».
Sarebbe bello pure uno Stato rom?
«Non avrebbe senso. Nessuno di noi ha mai avuto pretese territoriali. Non abbiamo mai fatto una guerra. Siamo più di dodici milioni nel mondo. Siamo tanti, ma siamo molto pacifici».

 

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