Luca Zaia – 2 (Sette – ottobre 2011)

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Cavalli e forconi, miele e spumante, scarpe infangate e capelli impomatati, muli tagliaerbe, semi di radicchio lanciati nello spazio e albanesi salvati dalle fiamme. L’album della carriera politica di Luca Zaia, 43 anni, presidente della Regione Veneto, è costruito su una sequenza di fotogrammi lontanissimi dall’immaginario paludato di Palazzo. Lo scatto che lo descrive meglio, però, è quello che lo immortala dietro a una vecchia cattedra di legno mentre riceve i cittadini. Incontro Zaia a Conegliano, nella scuola dove da ragazzo ha studiato enologia. Fuori dall’aula c’è la fila. Sopra alla porta un cartello avverte: “Ricevimento Zaia”. Eccolo, in gessato e camicia bianca, con un rappresentante dei Cobas del latte. Eccolo con una ragazza che ha problemi di salute. Ed eccolo con una coppia di allevatori. Un imprenditore è particolarmente agitato: «Non riesco più a lavorare. Tra un po’ chiudo». Se fai notare a Zaia che il rito ha un sapore un po’ democristiano s’imbufalisce: «Il mio è un servizio al cittadino. Vivo in mezzo al popolo, non potrei mai sottrarmi». E quando gli chiedi perché il direttore della scuola conceda proprio e solo a lui quella stanza per il ricevimento, sorride sornione: «Perché la mia porta è aperta a tutti. Da quindici anni, senza distinzione di colore politico».
Ci spostiamo in un ristorante, piazzato al centro di un vigneto, e la processione continua. Ogni tanto si alza qualcuno da un tavolo. «Presidente, sono un operaio…». «Zaia, ho tre dipendenti…». I sondaggi lo indicano come uno dei governatori più popolari del Paese. E lui lo sa. È stato uno dei pochi leader in camicia verde a buttarsi e a mischiarsi tra i militanti a Venezia, durante l’ultima “Festa dei popoli padani”. In tempi di crisi, coi capannoni che chiudono, le imprese che arrancano e l’insoddisfazione che monta, il suo è stato visto come un gesto coraggioso. Nel giugno scorso Zaia ha avuto persino il coraggio di votare “Sì” ai quattro referendum sull’acqua, sul nucleare e sul legittimo impedimento, in contrasto con l’asse Pdl/Lega. Detto questo, però, difficilmente lo si schioda dall’antica ortodossia bossiana. Come quasi tutti i leghisti, alla domanda se sia giunto finalmente il momento di parlare della successione di Umberto Bossi, Zaia replica con un secco: «Finché c’è Bossi, che bisogno c’è di parlarne?». Lo provoco sulla giustizia. Si tetragonizza.
Come mai la Lega non ha votato la sfiducia al ministro Saverio Romano, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa?
«Non mi occupo di vicende romane».
È una vicenda nazionale. Se lei fosse stato in Parlamento…
«Ma io non sono in Parlamento!».
Il Carroccio ha mandato dietro le sbarre Alfonso Papa e ha salvato Marco Milanese.
«Posso essere sincero? Non ricordo nemmeno di che cosa fosse accusato Papa».
Di corruzione e favoreggiamento. Milanese, invece, è accusato di corruzione e di rivelazione di segreto d’ufficio.
«Ogni tanto penso: e se capitasse a me?».
E perché dovrebbe capitarle?
«Perché noi amministratori siamo continuamente sotto tiro. “Dagli all’untore”. Ti denunciano per qualsiasi cosa».
Le è capitato?
«Sì. Mi hanno denunciato anche per le polveri sottili in Veneto. E io che cosa c’entro? Forse si dovrebbe introdurre una corsia preferenziale nella giustizia per gli amministratori. Un processo che duri al massimo cento giorni».
Non pensa che verrebbe preso come un ulteriore privilegio della “casta”?
«Lei pensi a un sindaco… Anche se innocente, come fa ad attraversare la piazza della sua città con un avviso di garanzia sulle spalle e i titoli di giornale che lo impallinano?».
Lei una volta disse, proprio a Sette, che i leghisti non sono interessati più di tanto ai vari “lodi” salva-Berlusconi. Non le sembra che il clima sia cambiato? Giancarlo Porta, il sindaco leghista di Macherio, ha scritto al Corriere per esprimere la sua delusione per gli ultimi bocconi amari (Milanese e Romano) ingoiati dai leghisti.
«Quello che prima non era rilevante, ora lo è diventato, perché da parte del governo c’è stata qualche difficoltà a raggiungere risultati».
Qualche difficoltà? In alcuni comuni si organizzano i funerali della piccola impresa… In Veneto c’è stata pure l’alluvione.
«E abbiamo gestito l’emergenza in maniera esemplare».
Alcuni alluvionati di Bovolenta hanno minacciato di portarle le chiavi delle loro aziende. Il significato è chiaro: “Noi chiudiamo”. Dicono che lei rivuole indietro i soldi che gli ha assegnato per la ricostruzione.
«Vorrei solo che quegli imprenditori rispettassero un principio: la Regione paga il danno stimato. Non rimborsa “a nuovo”. Se un ristoratore aveva una cucina vecchia di 15 anni, non può pretendere che io gli rimborsi il prezzo di una cucina nuova, o no? Ho fatto pubblicare tutti i dati sull’alluvione. È tutto trasparente. Per aiutare i cittadini ho sfruttato anche i miei contatti personali».
In che senso?
«Ho trovato imprenditori privati disposti a donare cifre importanti».
Imprenditori nordici. La vulgata: l’evasione fiscale si annida tra le piccole imprese venete.
«Basta con questa storia. Il 68% dell’evasione è al Sud. Eppure l’Agenzia delle Entrate manda i suoi ispettori soprattutto al Nord. Vogliono mungere la vacca che fa più latte. Ma così si finisce male».
Perché?
«Perché Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna mantengono il resto del Paese. E io sto pure tagliando spese su spese».
Taglia i privilegi della “casta”?
«Taglio dove posso. Stiamo per ridurre i consiglieri da sessanta a trenta. Stiamo per abolire i vitalizi: così per andare in pensione i politici regionali dovranno fare lo stesso percorso degli operai. Lo stipendio ce lo siamo già abbassato».
L’opposizione le rinfaccia spese folli per la comunicazione.
«Balle. Li sfido cifre alla mano».
Sprechi. Fino all’aprile 2010, lei è stato ministro dell’Agricoltura. Se fosse ancora ministro l’avrebbe aperta la sede a Monza, come hanno fatto Bossi e Calderoli?
«Io ho la mia sede a Conegliano, eheh. Guardi che io su tagli e risparmi vorrei fare di più».
Che cosa?
«Cominciare a vendere il nostro patrimonio».
Ponti veneziani e palazzi storici?
«Scherza? Parlo degli alberghi. Che ci fa la Regione con gli alberghi? Lo sa che possediamo pure dei campi da golf? Una follia. Il nostro compito è servire i cittadini, questa roba non ci serve. Va tagliata. Siamo chiamati a un’amministrazione straordinaria. Se non ci muoviamo noi, si muove il popolo».
Coi forconi?
«I politici devono capire meglio il momento. Lo spread non è un numeretto astratto. Significa mutui più cari. E gli italiani già vivono molto al di sopra delle loro possibilità reali. Siamo sul baratro e basta togliersi le fette di prosciutto dagli occhi per accorgersene. Dobbiamo muoverci».
Muoversi: alla fine del suo mandato lei che cosa vorrebbe aver lasciato ai veneti?
«Più autonomia. Ecco, per raggiungere questo obiettivo la crisi ci darà una mano».
Perché?
«È più facile fare le rivoluzioni con la pancia vuota. Dobbiamo avere il coraggio di fare quello che non abbiamo fatto per cinquant’anni. Saremo chiamati ad attuare riforme impopolari, perché quello che sta succedendo oggi non è nulla rispetto a quello che accadrà tra sei mesi».
Zaia catastrofista.
«No, realista. Le dirò di più. Penso che questo sia un momento in cui la democrazia sta dando il peggio di sé. Mostra i limiti».
Si spieghi.
«È normale che i genitori facciano ricorso al Tar perché gli hanno bocciato il figlio?».
Se c’è stato qualche illecito, sì.
«Ma quale illecito, ormai è una pratica diffusa. È normale che un singolo cittadino blocchi cantieri e grandi opere con un ricorso in un tribunale?».
Si chiama Stato di diritto. Se le leggi lo permettono…
«Io credo che quando le norme diventano folli e incomprensibili e permettono ai singoli di ostacolare indiscriminatamente la collettività sia l’inizio del declino. La nostra democrazia ha sfornato troppo individualismo. Si è perso il senso della comunità».
Compagno Zaia.
«Ma quale compagno. Anche la Chiesa dice queste cose».
Lei è molto cattolico?
«Sono cattolico, ma non bigotto. Mi faccia finire: le pare normale che una donna si spari nel bagno di un bar, a Torino, e il gestore non fermi l’attività? È immorale. Non possiamo perdere così il senso della comunità».
Comunità veneta. Giuseppe Salvatore Riina, detto Salvuccio, figlio del super boss mafioso, a ottobre andrà a vivere a Padova.
«Credo nella libertà, e nel fatto che tutti possano decidere di andare ad abitare dove vogliono. Ma nel caso dei pregiudicati che vengono al Nord, il Veneto ha già dato, pagando un conto carissimo per questa ospitalità imposta».
Lei tra l’altro ha raccontato di aver visto per la prima volta Bossi nel 1990, a Codogné, durante un comizio contro una “soggiornata”, una donna di mafia ai soggiorni obbligati.
«È così. Ma lo conobbi meglio solo qualche anno dopo, a cena, quando mi propose di candidarmi alla presidenza della provincia di Treviso».
Era presidente della provincia quando le ritirarono la patente per eccesso di velocità?
«Ancora questa storia? Ero vice-presidente della Regione. Per scusarmi mi misi subito a studiare per la patente da camionista».
È vero che ha anche la patente nautica?
«Da diciotto anni. Ma ci tengo a precisarlo: non ho la barca».
Zaia marinaio: che cos’è la “battagliola”?
«Boh, io sono obiettore di coscienza».
La battagliola è il corrimano di una barca.
«L’ho sempre chiamato tientibene».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Concederle questa intervista».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«La politica. Mi ero laureato, avevo già fatto molti lavori e avevo la possibilità di fare ricerca all’Università. Invece ho provato l’avventura leghista».
Che cos’è per lei la politica?
«Individuare un problema e risolverlo».
A cena col nemico?
«Sono mesi che non vado a cena fuori».
Che cosa guarda in tv?
«E chi guarda la tv?».
Il libro preferito?
«Il Gattopardo. A differenza del Principe di Salina io lavoro perché le cose cambino davvero».
La canzone?
«Il carrozzone di Renato Zero».
Il carrozzone come metafora della politica?
«No, della vita. Ogni tanto bisogna prendersi meno sul serio».
Sa che cos’è Twitter?
«Un cinguettio on line a cui però non partecipo».
E Facebook?
«Lo frequento con moderazione».
Perché?
«Mi arrivano messaggi indignati di persone che si lamentano perché non ho risposto a email ricevute dieci minuti prima. Ma che cosa pensano? Che io non faccia niente tutto il giorno?».

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Categorie : interviste
Commenti
Cristiano Canziani 9 ottobre 2012

Purtroppo la carica che ricopre lo obbliga a “SUBIRE” pseudo interviste di questo tipo. Mi piacerebbe vedere la faccia dell’intervistatore per poterla paragonare al tipo di domande effetuate. Potrebbe essere utile come lassativo naturale. Forza luca! non credo che tutti gli italiani siano al livello dello str… che ti ha intervistato. “CAPO!” fa meio che te pol!!!

vz 19 novembre 2012

Un vero esperto di comunicazione. Bravo Cristiano.
E grazie.

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