Roberto Cota (Magazine – settembre 2009)

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Capelli mossi con ciuffo, jeans e camicia. Il presidente dei deputati leghisti, Roberto Cota, 41 anni, avvocato novarese, mi accoglie accaldatissimo nel suo studio di Montecitorio. Rispetto a quando la stanza ospitava Roberto Maroni, mancano il sottofondo di musica soul e un po’ di colore. In compenso trionfano le foto di una bimba («È mia figlia Elisabetta, ha quindici mesi ») e quelle di Bossi. Un mini Alberto da Giussano in bronzo si fa largo con la spada tra le carte della scrivania. Cota, oltre al ruolo istituzionale, ha anche un incarico politico: è segretario nazionale (i leghisti chiamano “nazione” ogni regione padana) della Lega Piemont. Nel teatrone del Carroccio, fatto di strilloni minacciosi e politici pacatissimi (celofurbismo?), lui appartiene alla seconda categoria. Non minaccia i bambini rom e non insulta i musulmani. Al massimo chiude i suoi comizi con lo slogan: “Piemont liber”. Chiedo: «Ma Piemont libero da chi e da che cosa? Al governo di “Roma ladrona” ci siete voi leghisti, no?». Cota replica che il federalismo fiscale approvato dall’attuale maggioranza è solo una prima tappa. «E poi», aggiunge, «questo è il nostro modo di interloquire, a volte
colorito. Così stiamo vicini alla gente». Partiamo da qui allora. Ci diamo del tu.
Non trovi che questo continuo solleticare la pancia dei cittadini da parte della Lega possa essere pericoloso?
«A che cosa fai riferimento?».
A quando, per esempio, il vicesindaco di Treviso, Gentilini, ha detto in piazza che lui voleva «la pulizia dalle strade di tutte queste etnie che distruggono il Paese».
«Quelle sono solo espressioni un po’ colorite».
Usate sempre questa giustificazione, debole. L’eurodeputato Matteo Salvini è stato filmato mentre cantava: «Napoli merda, Napoli colera…».
«Un coro da stadio… una goliardata… stava con degli amici. I giornalisti si sono buttati a pesce su quel video».
Colpa dei giornalisti, quindi?
«Matteo ha riconosciuto di aver fatto un errore».
Potrebbe spuntare un video in cui anche tu canti queste canzoncine?«No, decisamente no».Però sei finito in un gruppo di Facebook in cui si diceva: «Immigrati clandestini, torturali! È legittima difesa».
«Mi sono cancellato da quel gruppo. Chi gestisce il mio profilo aveva aderito in buona fede. Ora sto pensando di
uscire da Facebook».
Chi ha creato quello slogan pensa di essere leghista.
«Invece è un pirla. Noi con questa gente non abbiamo nulla a che fare».
Avete a che fare con l’approvazione del reato di clandestinità e con i respingimenti.
«Abbiamo preso un impegno con i cittadini: combattere l’immigrazione clandestina. Lo stiamo facendo».
Il presidente della Camera, Fini, riferendosi alle vostre posizioni sull’immigrazione, ha detto che vanno evitate derive xenofobe.
«Ma quale xenofobia! Fortunatamente mi pare che sui respingimenti e la lotta alla clandestinità Berlusconi e il resto
della maggioranza la pensino come noi».
L’integrazione…
«L’integrazione non può significare che chi arriva qui ha diritto di costruire una moschea a ogni angolo di strada, o di parlare la sua lingua anche nei rapporti pubblici. Imparino le nostre tradizioni, i nostri usi e costumi. Bisogna difendere la nostra identità».
Insegnare i dialetti fa parte di questa difesa identitaria?
«Certo. Un popolo senza radici e senza bussola si perde».
È più importante l’insegnamento del dialetto o dell’inglese?
«Sono due cose diverse. In Catalogna…».
Il catalano è una lingua codificata. Il piemontese, no.
«A Cuneo si parla piemontese. Il veneto è una lingua».
Tu a Novara che dialetto suggeriresti di insegnare?
«Novara è piemontarda. È lumbarda e piemontesa. Suggerirei di insegnare il novarese».
Che non è piemontese. Tu, in piemontese, hai scritto un editoriale per la Padania.
«In realtà l’ho dettato in novarese e poi un redattore l’ha sistemato in piemontese».
Hai avuto bisogno del traduttore?
«Non esattamente. Era per sveltire la procedura».
Esamino di piemontesità: che cosa è il Marp?
«Il Movimento autonomista regionale piemontese».
Quando nacque?
«Uhm… vediamo… mica mi aspettavo queste domande… tra il 1950 e il 1960».
Nel 1955. Che cosa vuol dire beica?
«In piemontese?».
Certo.
«Non conosco tutte le parole».
Vuol dire “guarda”. Dalle parti di Asti.
«In Piemonte c’è una koinè comune. Ma io conosco soprattutto il dialetto della mia città. Ho avuto la fortuna, da ragazzino, di avere un nonno che mi parlava in novarese».
Parlami della tua infanzia “piemontarda”.
«Sono cresciuto a Galliate. Una cittadina a 7 chilometri da Novara».
Scuole?
«Pubbliche. Liceo classico».
Adolescenza anni Ottanta: paninaro, truzzo, dark…
«Nulla di tutto ciò».
A scuola hai mai fatto politica?
«Non mi interessava minimamente. Ero uno studente medio: non voti altissimi, ma mai rimandato. Pensavo al basket,
alle ragazze, alle moto… Avevo una Cagiva Alette Electra. Molto old style».
Ci correvi?
«Abbastanza. Curve in piega, scintille sull’asfalto, quella roba lì. Ho ancora i segni di qualche abrasione sulle gambe. All’università poi sono cambiato».
In che senso?
«Mi è scattata la passione per il diritto. E nel 1990 quella per la Lega».
Come è successo?
«Mi entusiasmò un’intervista a Bossi su Panorama. E così convinsi un amico ad andare a Novara a iscriverci al Carroccio. La sede era nel sottoscala di un bar. Ed era frequentata da cinque persone».
Il primo incarico?
«Nel 1992 ero segretario cittadino a Novara. Contemporaneamente studiavo legge a Milano».
Bossi quando lo hai conosciuto?
«Proprio nel ’92. Venne in città per un comizio. Era da solo, sulla sua Citroën rossa. Lo incontrai all’ingresso della città e salii con lui in macchina per aiutarlo a raggiungere la piazza».
Che impressione ti fece?
«Non è che parlammo molto. Io ero l’ultima ruota del carro. Nel 1997 ci conoscemmo un po’ meglio, perché io, dopo
quattro anni da assessore, mi presentai come sindaco a Novara».
Allora la Lega non era legata a Forza Italia. C’era stato il ribaltone e Bossi ne diceva di tutti i colori su Berlusconi.
«Lascio volentieri ad altri queste analisi. Durante la campagna elettorale di Novara, Bossi mi rimproverò perché nel comizio finale ero stato poco costruttivo. In quel periodo mi chiese pure un parere giuridico sugli enti locali. Mi convocò a Milano, nella sede di via Bellerio. E lì venni introdotto agli schemini del Senatùr».
Gli schemini?
«Non li conosci? Bossi, quando ti deve spiegare qualcosa, prende sempre carta e penna e comincia a scarabocchiare
frecce, quadrati, cerchi».
Consideri Bossi un amico?
«Il nostro rapporto si è saldato nel 1999, quando ci fu il casino di Comino».
Il segretario della Lega in Piemonte che venne espulso dal partito?
«Già. Bossi decise che dovevo essere io ad aiutarlo a riorganizzare il Carroccio in giro per la regione. Mi chiamava
tutte le notti per darmi suggerimenti».
Un incubo.
«Ogni tanto la mattina mi svegliavo e pensavo di aver sognato. Non ricordavo che cosa mi aveva detto. Poi presi
l’abitudine di andare a letto tenendo sul comodino un blocco per gli appunti».
Una tortura.
«Venni ricambiato l’anno dopo: Bossi mi chiese di fare il presidente del consiglio regionale in Piemonte».
Ora si dice che tu sia il prossimo candidato alla presidenza del Piemonte.
«Deciderà Bossi se candidarmi. A me piace il lavoro a Montecitorio. Ma se il capo chiede, tu esegui».
Mi confermi che almeno una candidatura alla presidenza di una delle principali regioni del Nord (Piemonte, Lombardia e Veneto) dovrebbe andare a un leghista?
«Una? Ma scherzi? Sarebbe logico attribuirle tutte e tre alla Lega».
Esagerato. Gli elettori piemontesi voterebbero un candidato novarese come te?
«Penso di sì. Sono anni che giro tutto il Piemonte e che frequento Torino. Comunque ripeto: è Bossi a decidere».
Il futuro leader della Lega sarà Calderoli o Maroni?
«Il futuro è di Bossi. Punto».
Intendi Renzo, il figlio del Senatùr?
«No, no. Intendo Umberto».
Suo figlio Renzo potrà mai succedergli?
«Renzo è un talento politico. Per ora si sta occupando bene dello sport».
È vero che ritieni inutile l’alleanza con l’Udc per le regionali del 2010?
«Sì. L’esperienza tra il 2001 e il 2005 ha dimostrato che con l’Udc la coalizione è meno coesa. E poi gli elettori cattolici non votano Mercedes Bresso. Voterebbero noi, a prescindere da un accordo con l’Udc».
Perché gli elettori cattolici dovrebbero votare per un partito criticato da molti vescovi per le leggi sull’immigrazione?
«I fedeli la pensano come noi. E noi portiamo avanti i valori cristiani. L’incontro di Bossi in Vaticano servirà a chiarire anche questo: la comunanza di valori. Se si guarda alla sostanza delle nostre proposte e non solo alla forma con cui le presentiamo, ci si ritrovano le radici cristiane».
Sicuro? Nel frattempo la Padania ha chiesto di rivedere il Concordato.
«Abbiamo preso le distanze da quell’editoriale».
Tu hai dato del comunista a Monsignor Marchetto che aveva criticato il nuovo reato di clandestinità.
«Ripeto: siamo vicini al mondo cattolico. Io sono praticante».
Vai a messa?
«Tutte le domeniche con mia moglie».
Tua moglie è magistrato, che cosa ti dice quando Berlusconi inveisce contro i giudici?
«Sa che Berlusconi non si riferisce a tutti i magistrati».
Sei avvocato: avresti consigliato a Berlusconi di denunciare Repubblica e l’Unità per le vicende Noemi/Patrizia?
«Capisco che Berlusconi sia arrabbiato perché è stata toccata la sua vita privata, ma da Bossi ho imparato che meno denunce si fanno nei confronti dei giornalisti e meglio è».
A cena con il nemico?
«Con Bersani ho buoni rapporti. Personali eh, non politici».
Pensi che sia possibile un’alleanza tra Lega e Pd?
«No. Noi siamo ben saldi nell’alleanza attuale».
Hai un clan d’amici?
«Ho il gruppo novarese. E poi con gli altri dirigenti leghisti ceniamo spesso insieme nei ristoranti intorno a Montecitorio: da Costanza o alle Cave di Sant’Ignazio».
La scelta che ti ha cambiato la vita?
«Sposarmi, due anni fa. E fare una figlia».
La canzone preferita?
«Nikita di Elton John. Roba dei tempi della fine del liceo. L’ho messa nel cd del mio matrimonio».
Il film?
«Il Barbarossa».
Una risposta da ordine di scuderia.
«Ma no. È che ho appena visto il trailer. Esce a ottobre».
Il libro?
«La biografia di Rosmini».
Altra icona leghista.
«Amo anche molto i gialli. Grisham e compagnia».
I confini dell’Afghanistan?
«Non mi sono preparato. Fammici ragionare… Il Pakistan…Uhm…».
Quanto costa un pacco di pasta?
«Un euro».
E uno di pannolini?
«Parecchio. Quelli da 50 pezzi più di 20 euro».
L’articolo 5 della Costituzione?
«È quello che parla delle autonomie locali».
Parla anche della “Repubblica, una e indivisibile”. La cambieresti la prima parte della Costituzione?
«All’articolo 1, aggiungerei la parola “federale”».
Perché ti sei messo a polemizzare sui festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia?
«Perché in tempi di crisi non mi sembrano opportune cerimonie faraoniche. E poi davvero è vietato parlare in maniera critica del Risorgimento?».
No. Ma da possibile candidato alla presidenza del Piemonte, la regione più risorgimentale d’Italia, non ti crea qualche difficoltà?
«Diciamoci la verità: Cavour non voleva l’Unità d’Italia. E i piemontesi sanno bene che prima il Piemonte era uno Stato a sé».

Categorie : interviste
Commenti
franca 17 dicembre 2009

ho appena saputo della Sua candidatura a presidente della regione Piemonte. Sono contentissima di questa decisione, perchè sono convinta che Lei avrà anche molti voti dalla sinistra che non sopporta di vivere in compagnia di zingari , delinquenti extracomunitari, abitanti di centri sociali ecc..Spero che vinca alla grande!

vz 17 dicembre 2009

@franca: gentile Franca. Spero di non deluderti dicendoti che questo non è il sito di Cota. Colgo l’occasione per augurarmi che il prossimo presidente del Piemonte trovi la soluzione più pacifica e confortevole per la convivenza di etnie e parti politiche diverse.
Cordiali saluti

mario vietri 28 febbraio 2010

qualcuno mi spiega, per favore, cosa è questa storia che Cota non sa dove si trova Asti?? Grazie ,mario vietri

Fabrizio 4 maggio 2010

La storia sembra aver dato ragione alla signora Franca e per rispondere anche al signor Vietri potremmo dire di consolarsi giacché il Presidente Cota ignorava che il Cervino si trovasse in Val d’Aosta ma queste son cose di poco conto. Il prossimo futuro invece ci dirà come concilierà, il Presidente, le manifestazioni in ordine all’Unità d’Italia nella città capitale del Risorgimento con i particolarismi e clangori del suo partito

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