Rosy Bindi (Magazine – maggio 2007)

2 commenti

«Oh, dico, me la fa dare un’occhiata alle foto prima di spedirle a Milano? È da un mese che non riesco ad andare dal parrucchiere». Rosy Bindi, 56 anni, ministro della Famiglia, da quando è nato l’ultimo governo Prodi se ne sta accovacciata nella trincea del cattolicesimo adulto, cercando di mediare all’interno dell’Unione tra le spinte del binettismo clericale e quelle del laicismo radicale. I clerical le hanno sparato palle incatenate perché è la madre dei Dico. I radical le hanno riservato rasoiate avvelenate perché alla Conferenza Nazionale sulla Famiglia non ha invitato le associazioni degli omosessuali. Ex ministro della Sanità (amatissima e odiatissima) e pasdaran del Partito democratico (versione gazebista), Bindi ha una sfilza di soprannomi che puntellano da quasi vent’anni la sua maratona politica: Pasionaria, Sorella Coraggio, Comunista di casa Dc… Il primo, Giovanna d’Arco, le venne affibbiato, quando nel 1993, in piena Tangentopoli, si mise all’ingresso della Democrazia cristiana veneta e cominciò a selezionare, come il buttafuori di una discoteca, chi, tra onesti e corrotti, poteva entrare e chi no. È popolare tra il popolo delle primarie, ma poco amata nelle stanze correntizie dei partiti. Di sicuro non le dispiacerebbe lottare per una futura premiership. Un po’ come ha fatto Ségo in Francia.
Quella di Ségolène Royal alle Presidenziali è stata una mezza vittoria o una mezza sconfitta?
«Le due cose insieme. Una vittoria per come Royal ha scompaginato le dinamiche consolidate all’interno del suo partito e per come ha conquistato il 47% dei voti, che è parecchio di più di quello che aveva preso al primo turno…».
E una sconfitta?
«Perché si è visto che i socialisti da soli non bastano».
Una lettura ulivista, un po’ italianizzante.
«Nel 1999, prima delle Europee, dissi che dovevamo piantare in tutta Europa le radici dell’Ulivo. Se Royal e Bayrou si fossero alleati…».
Il 51% delle donne francesi ha votato per Sarkozy…
«Le donne non hanno fiducia nelle donne. È una vecchia storia, che riguarda pure l’Italia».
Ci sarà mai una Ségolène italiana?
«Dipende da noi. Royal ha fatto una battaglia a viso aperto. Noi donne italiane chiediamo ancora il permesso ai capicorrente o ai leader del partito».
E quindi?
«Le donne si contenderanno sul serio la leadership del Pd solo se ci sarà una competizione vera».
Tra i nomi che si fanno più spesso per la leadership del Pd c’è quello di Anna Finocchiaro.
«Le donne la prenderanno in considerazione se la vedranno come una candidatura autonoma».
Non lo è?
«Non l’ho detto. Le donne hanno una marcia in più solo se si presentano liberamente. Se invece c’è un’investitura da parte dei leader di partito, magari per contrastare qualche altro uomo…».
Leggo tra le sue righe: si fa il nome di Finocchiaro per contrastare l’ascesa di Walter Veltroni.
«Si è detto anche questo. Ripeto: io sono per una gara vera».
Nel caso, lei si candiderebbe?
«Perché no?».
Per esempio perché il suo partito, la Margherita, di donne ne ha messe solo sette nel Parlamentino che ha appena eletto.
«Il numero è destinato ad aumentare. Arriveremo al 30%».
Se lo dice lei. Le ricordo che di fregature da parte dei suoi amici ne ha già prese parecchie. Un anno fa andò a dormire che era ministro dell’Istruzione (con un ricco portafogli), e si risvegliò ministro della Famiglia.
«In realtà, andai a dormire che non ero proprio nel governo. Mi chiamò Prodi, per dirmi che non c’erano spazi di manovra».
Lei parlò di «giochi correntizi». Fioroni aveva una bella dote di tessere e lei no. Nel 2000 le hanno sfilato il ministero della Sanità da sotto il naso.
«Quella è stata la più grande delusione politica della mia vita. Stavo lavorando bene».
Vittima del suo ex segretario, Pierluigi Castagnetti?
«In realtà ci si misero anche i Ds».
I futuri alleati. Lei ha dichiarato: «Le sezioni dell’ex Pci, trasformate in sedi del Pd? Mai e poi mai». È successo un putiferio…
«Se il partito è nuovo, anche le sezioni devono essere nuove. E poi diciamolo: si deve arrivare a una soluzione di continuità tra la storia organizzativa del Pci e quella del Pd. Anche perché noi della Margherita non vogliamo essere un innesto della Quercia».
Fassino, parlando del «come» si strutturerà il Pd, ha detto: «Non voglio finire nel tritacarne».
«Nel suo caso si dovrebbe parlare di tritaossa… Pur apprezzando la sincerità di Fassino, non credo che un partito nuovo possa nascere all’ombra delle preoccupazioni di chi ha paura di perdere la propria rendita di posizione. Dobbiamo cominciare un nuovo percorso. Punto. Il discorso vale pure per i futuri organi di partito».
Si spieghi…
«Per molti anni ho letto l’Unità, più di molti dirigenti diessini. Ma ora si deve voltare pagina».
Un direttore per la testata nascitura?
«Uno alla Gianni Riotta, o alla Gad Lerner».
Se non sarà una donna, chi sarà il leader del Pd?
«Sceglieremo il migliore».
Risposta elusiva.
«Guardi, io Sarkozy, non l’avrei mai votato. Ma al Partito democratico servirebbe un leader che come lui, rappresenti una novità vera. Il Presidente francese è apparso come un innovatore e non come un conservatore».
Innovazione. I Dico erano una priorità?
«C’è qualcosa di più prioritario dei diritti delle persone?».
Non è che vi volevate togliere un dente e siete rimasti incastrati? È da cinque mesi che nell’Unione non parlate d’altro. Un litigio continuo.
«Prima c’è stata una Finanziaria importante. Questo non è il governo dei Dico. È il governo che per la prima volta da anni si occupa seriamente della famiglia».
Quelli della Cdl potrebbero obiettare.
«Se Berlusconi è stato così tanto in dubbio se andare al Family Day è perché sapeva che rischiava di prendere i fischi dai suoi stessi elettori insoddisfatti delle sue non-politiche».
Bindi: un ministro della Famiglia senza famiglia.
«Lo feci notare anche io a Prodi. Ma in realtà io una famiglia ce l’ho. I miei genitori, i miei nipoti… Niccolò e Caterina».
È appena uscito un libro/inchiesta di Marida Lombardo Pijola sulle dodicenni cubiste. Un incubo. l’ha letto?
«Non ancora ma so di che cosa parla: c’è una crisi della responsabilità educativa da parte dei genitori. Alla Conferenza sulla Famiglia parleremo anche di questo. Oltre che degli aiuti ai giovani, del problema della casa, degli asili».
Lei una volta ha detto che all’asilo ci sarà andata tre giorni in tutto.
«È vero. Volevo stare con mia madre. E poi ero una bambina solitaria. Avevo degli amici immaginari, come “Marcellino pane e vino”. Giocavo da sola a dire messa».
Come, come?
«Se fossi nata maschio avrei fatto il prete. Conoscevo il rito a memoria, tutti i gesti dei sacerdoti. Mi arrabbiavo da morire quando scoprivo che mia madre mi spiava durante le fanta-funzioni».
Famiglia ultra-cattolica?
«Mio nonno era nel Partito popolare di Luigi Sturzo, la famiglia di mia madre era socialista. Ho l’Ulivo nel Dna, insomma».
Liceo?
«Ragioneria. Ma ho rimosso quasi tutto. Ho avuto un’adolescenza inquieta. Molta parrocchia. L’Azione Cattolica. Nel 1969 volevo andare a Trento a studiare sociologia».
La facoltà più rivoluzionaria d’Italia. Dove si formò Renato Curcio, il Br.
«Mio padre era terrorizzato. Temeva diventassi comunista. Finii alla Luiss di Roma, che allora si chiamava Pro Deo. Divenni allieva di Vittorio Bachelet».
Lui venne ucciso dalle Br davanti ai suoi occhi, il 12 febbraio 1980.
«Un’immagine che non scorderò mai».
A proposito di Br, Steve Piezcenik, dirigente dell’antiterrorismo del Dipartimento di Stato Usa all’epoca del rapimento Moro, ha fatto nuove rivelazioni su….
«… guardi, io non ho i documenti per dimostrarlo, ma non ho mai pensato che gli obiettivi fossero scelti solo dalle Br: hanno tolto al Paese i migliori, quelli che lavoravano per fare incontrare la cultura cattolica con la sinistra».
Tra gli ex del Pci, si è riaperto il dibattito sul caso Moro: i fedeli alla linea della fermezza contro i trattativisti.
«Ero per la fermezza. Ma oggi non sono più così sicura. Anche io sono cambiata. La Bindi anni Settanta votò “sì” al refrendum sul divorzio e non avrebbe mai fatto i Dico. Forse su Moro oggi tratterei».
Nel ’78, tra i politici, solo Bettino Craxi era contro la fermezza.
«Già. Ma su Craxi, non ho cambiato idea. Sono anti-craxiana da sempre. E considero gli anni Ottanta pessimi per la vita di questo Paese».
Fassino ha detto che nella battaglia per la modernizzazione, in quegli anni Ottanta, Craxi era più avanti di Berlinguer.
«Non sono d’accordo. Io per Berlinguer ho una grande stima».
Nel suo pantheon Arnaldo Forlani o Enrico Berlinguer?
«Berlinguer. A differenza di molti diessini io, anticomunista, non dimentico il suo sforzo per prendere le distanze da Mosca».
Torniamo alla gavetta. Chi c’era nella sua Azione Cattolica?
«Dino Boffo. Eravamo molto amici».
Ora siete sulle sponde opposte del cattolicesimo. Lei «cattolica adulta», lui direttore dell’Avvenire e megafono dei vescovi.
«Quando due cristiani si dividono lo fanno su cose fondamentali: il rapporto con Dio va oltre la superficie».
Oltre a Bachelet, gli incontri chiave della sua vita?
«All’inizio degli anni Novanta conobbi Oscar Luigi Scalfaro. Ero segretario regionale della diccì veneta. Ancora ricordo l’emozione di quando Scalfaro mi invitò al Quirinale, perché avevo preso le sue difese. Allo stesso modo non scorderò mai il colore del cielo del 10 maggio 1989, il giorno in cui accettai la candidatura della Dc alle europee. Cominciava la mia vita politica, ero molto preoccupata».
Dica una cosa di sinistra.
«Equità. È anche una parola di centro».
Una cosa di destra?
«Solitudine».
A cena col nemico?
«Gianfranco Fini. Un vero uomo di destra».
Potrebbe essere lui a guidare il centrodestra in futuro?
«In realtà la Cdl avrebbe bisogno di un suo Sarkozy».
Fini si atteggia a Sarkozy nostrano.
«È un po’ dura vederlo in quel ruolo. Non ci si improvvisa innovatori. Fini ha la sua storia».
Allora Michela Brambilla o Letizia Moratti alla guida del Polo?
«Se dovessero puntare su una donna, Moratti è quella con più chances».
Modelli di comunicazione politica e look. Meglio Ségolène Royal, Angela Merkel o Hillary Clinton?
«A me il look e l’aspetto di Ségo piacciono molto. Il suo fascino è innegabile».
Un po’ le si è ritorto contro. È stato scambiato per leggerezza.
«Non si può puntare solo sull’immagine. In ogni caso credo che tra le doti fondamentale di un politico ci sia l’autenticità. Gli elettori percepiscono quella. E in quanto ad autenticità mi pare che Merkel sia la migliore».
Il politico più autentico in Italia?
«Prodi».
Si dice che l’aspetto bonario di Prodi nasconda un pessimo carattere.
«Romano non è molto seduttivo, ma è come lo si vede. Semplice e sincero».
Delete. Cancelli un numero dal suo cellulare. Quello di Giovanna Melandri o di Linda Lanzillotta?
«Quello di Linda. Mi dispiace molto perché è del mio partito. Ma io ho più simpatia per Giovanna».
Paola Binetti o Anna Serafini?
«Tengo Binetti. Malgrado le differenze abbiamo una cosa in comune non da poco: andiamo a messa».
Su Binetti lei ha detto: «Il mondo di oggi non può comprendere a che cosa giovi il cilicio».
«Lo ribadisco. Dicendo di portare il cilicio Binetti ha rischiato di scandalizzare, di creare un ulteriore pregiudizio sulla Chiesa. “Guai a chi scandalizzerà i fanciulli”, dice il Vangelo. È stata imprudente. Come lo sono stata io quando mi chiesero della mia scelta di vita e confessai di aver scelto la castità. Finii nel tritacarne mediatico».
Lei ha detto anche di aver avuto dei fidanzati. Fu difficile rinunciare al matrimonio?
«Non fu una scelta facile, ma… come dire? Nella scelta, mi rinnovai».
Cultura generale. Quanto costa un litro di latte?
«Un euro e 40».
Circa. Un pacco di pasta?
«Un euro? Ammetto di essere distratta sui prezzi quando faccio la spesa».
Che cosa è YouTube?
«Quella cosa su internet. Prima o poi mi piacerebbe metterci un video mio».
I confini dell’Afghanistan?
«Il Pakistan… E le ex repubbliche sovietiche. Quelle che finiscono con …stan».

LINK:
Il ministero della Famiglia è un appartamento al quarto piano di un palazzo del centro. Un ministero snello. Diciamo. Quanto Bindi post dieta. Durante l’intervista, il ministro ogni tanto sbadiglia. «La sto annoiando?», chiedo. «No. Sono un po’ stanca», risponde. Sono le 16. Ipotizzo che abbia saltato il suo pisolino pomeridiano. Arriva il caffè. Accompagnato da una vaschetta di avanzi di uova di cioccolato. Domando: «Bindi, ma lei non era a dieta? Fa come Paolo Bonaiuti che di fronte a certe cose (la trippa alla fiorentina) non resiste?». «Già. La cioccolata. Un bicchiere di vino. Come si può rinunciare? Per non parlare dell’olio nuovo. A quello cedo. Sempre».

Categorie : interviste
Commenti
gerardo di rosario 2 novembre 2010

Vorrei sapere quanto vale al mercato libero l’appartamento ch la rosy ha dichiarato di aver pagato ( meta’ mutuo e meta’ in contanti) €. 470.000,00 prezzo richiesto dall’agenzia delle entrate ! Non solo, ma essendo un ben cartolarizzato ( forse appartenente a qualche ente pubblico ) con quale graduatoria l’ha avuto assegnato visto che e’ una donna single !!!…
Grazie!

vz 3 novembre 2010

Appena avrò modo, porgerò la domanda a Rosy Bindi.
Nel frattempo, cordiali saluti.

Lascia un commento