Eva Robin’s (Magazine – aprile 2007)

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Eva Robin’s, attrice, ha 48 anni ed è il trans glamour che ha stregato la mondanità sardo-romana all’inizio degli anni Ottanta. Il suo vero nome (Roberto Coatti) compare solo sulla carta di identità e negli incipit delle interviste. In realtà, malgrado abbia giocato, e giochi tuttora, sul suo essere uomo/donna, da quando aveva tredici anni la chiamano tutti come la compagna di Diabolik, per via di una somiglianza che spuntò dopo una vacanza a Riccione in cui si fece bionda. Eva vive a Bologna, al Pratello, in una casa imbottita di mobili di ferro con chiodacci a vista (battuti da lei), specchi con teschi di scimmie (incastrati da lei), quadri ispirati a Basquiat (dipinti da lei), busti di cardinali, pile di libri in equilibrio, rane albine, gatti di razza (ma spelacchiati) e uccellini (non di razza, ma spelacchiati anche loro). Un appartamento all’insegna dell’assemblaggio. Un po’ come l’inquilina. Che da trans, è finita nell’archivio fotografico di Fabrizio Corona, l’uomo di Vallettopoli.
Ricattata?
«Figuriamoci. Io alla famiglia Corona gli voglio bene».
Addirittura.
«Vittorio Corona, il padre di Fabrizio, negli anni Ottanta fu direttore di Moda e di King ed è stato il primo a lanciarmi sulle riviste patinate».
Il figlio?
«Fabrizio non l’ho mai conosciuto, ma ho lavorato con i suoi fotografi».
In combutta per incastrare qualcuno?
«Macché. Sono venuti a fare un servizio qui a casa. Noiosi e impacciati. E allora, dato che uno di loro era belloccio, molto decorativo, gli ho proposto qualche inquadratura in cui flirtavo con lui. Immersi nella vasca da bagno. Clic».
Più astuta degli astuti truffaldini?
«Corona è un capro espiatorio».
Corona è accusato di estorsione.
«Ha fatto un passaggio in più rispetto a quello che c’è sempre stato: la compravendita di foto. E poi ha pestato qualche cacca di troppo».
I politici?
«Già. Dopodiché è un polverone molto gustoso per i media».
Un polverone che rischia di travolgere persone che non c’entrano.
«Sircana si è mosso male. Quando si è saputo di quella foto in cui chiedeva informazioni a un trans, la sua reazione iniziale sembrava fatta apposta per montare il caso. I tempi sono proprio cambiati».
In che senso?
«Gli anni Ottanta erano più creativi».
E la trans Eva Robin’s veniva esibita nei salotti.
«Ora siamo in pieno oscurantismo. A parte il caso di Vladimir Luxuria, è un periodo di cose fatte di nascosto. Il trans è vissuto solo al buio. Io portai alla luce il travestitismo, che divenne glamour. Ora si è tornati un po’ nell’ombra».
Troppo bigottismo?
«Il bigottismo che alimenta lo scandalo. Lo scandalo che alimenta il bigottismo. E sì che oggi i trans sono tantissimi. È un popolo».
Che si prostituisce?
«Sulla strada moltissimi trans mettono alla prova il loro potere sugli uomini… Ma poi ci sono trans invisibili che stanno alle poste, negli ospedali… Ne conosco a pacchi».
Lei anni fa è stata con un politico, di cui non ha mai svelato l’identità. Si sa solo che non era un diccì.
«Lo incontravo sotto scorta. Soprattutto all’estero».
Di nascosto. Altro che anni Ottanta creativi…
«Era pur sempre un tradimento».
Roberto diventa Eva.
«A tredici anni circa».
Prima?
«Vita da vagabonda con mia madre che se ne era andata di casa dopo aver beccato papà con una sua amica. Le serate a guardarla giocare a carte nelle bische. E il collegio».
Dalle suore domenicane.
«Una notte, mentre con i miei compagni andavamo a saccheggiare la dispensa dei dolci, ne beccammo due che limonavano».
Un trauma. È rimasta cattolica?
«Entro nelle chiese per ammirare l’arte».
Crede in Dio?
«Dovrei prima capire se Dio crede in me».
Torniamo al cambio di identità?
«L’iniziazione al sesso l’ho avuta a dodici anni, con un amico archeologo dei miei genitori».
Era un bambino. Una sessualità non definita.
«A tredici anni venivo considerata una signorina. Ero gracile e piccolina. Capii che avrei condotto una vita da ometto sfigato. Non avevo le misure per affrontare l’esterno e così decisi che da donna sarebbe stato più facile».
Sembra una ricostruzione post-analisi.
«È andata così. In quel periodo, grazie a un vicino di casa farmacista, cominciai a prendere gli ormoni. Poi ho provato a farne a meno. Ma la natura si è ribellata».
La barba?
«Non proprio».
Ha avuto più uomini o più donne nella vita?
«Molti più uomini. Con le donne ho avuto relazioni lunghe e lunghi corteggiamenti».
Il cognome Robin’s?
«Arrivò durante una festa in Sardegna in casa dell’Aga Khan. All’inizio degli anni Ottanta. C’erano anche Lory Del Santo e la contessa Francesca Vacca Agusta. Un’amica non sapeva come presentarmi e allora si ispirò al nome dello scrittore Harold Robbins».
Ma a casa dell’Aga Khan come ci era finita?
«Con il fotografo Roberto Granata. Lui lo avevo conosciuto grazie a Romanina, una mia amica trans».
Granata la introdusse nei villoni?
«Esatto. La prima festa fu a casa di Paolo Villaggio. Lì feci uno spogliarello davanti a Marta Marzotto, Florinda Bolkan, Bulgari, Krizia. C’era chiunque. Villaggio cominciò a farmi lodi sperticate: i piedi, la femminilità…».
Finita la vacanza?
«Tornai, mesta, a Bologna. Ma Granata cominciò a far circolare le mie foto. E mi portò negli ambienti».
Quali ambienti?
«I salotti. La casa di Marina Ripa di Meana, lo studio della pittrice Novella Parigini…».
Nacque qualche amicizia?
«Con Valeria Golino eravamo amichette. Ci facevamo le canne. Ma ho perso di vista un po’ tutti».
Ha mai pensato che per quel mondo lei era un po’ un fenomeno da baraccone?
«Un mostro. Una mostra. Chi non lo era? È stata un’esperienza utile. In quell’ambiente io ero come una mina che esplode in tempo di pace. Ne ho fatte di tutti i colori».
Per esempio?
«Una tre giorni parigina a base d’oppio in casa di Claude Challe, quello del locale Les Bains e del Buddah Bar. C’era anche la figlia di un noto industriale che cercava di piazzare uno Chagall falso. Un’altra volta con Andy Warhol…».
Lo conosceva?
«Alla vernice milanese della sua serie The Last Supper, mi ero infrattata tra i cappotti con un tipo. Sbucai dalla stanza con un sopracciglio finto in meno. Warhol si avvicinò con un pennarello e mi disegnò il sopracciglio mancante. Roba da strapparsi la carne e metterla sotto plexiglass».
Invece?
«La mattina dopo mi lavai via tutto. Non mi rendevo conto di quel che mi succedeva. Finivo alle cene con Dacia Maraini e Alberto Moravia, ma non capivo un granché».
Si dice che anche Gianni Agnelli volle conoscerla.
«È una balla. Ma di miliardari ne ho frequentati. Se avessi voluto sarei diventata ricca».
Facendo marchette?
«No. Per un po’ alcuni uomini mi hanno mantenuta. Avrei potuto continuare. Ma il giochetto mi sembrava banale».
La cercavano per far sesso?
«Anche. Una volta mi chiamarono Francesco Nuti e Carol Bouquet. Volevano fare una cosa a tre. Ma io mi ero appena cosparsa la testa con un unguento e non potevo uscire».
Cinema. Primo film?
«Eva man. 1980. Una pellicola proiettata nei cinema a luci rosse. Alla prima, io e mia madre ci vestimmo a festa. Lei era fierissima».
Nel 1979 non aveva girato La cerimonia dei sensi?
«Oddio. E lei che ne sa? Ne esistono ancora copie? Era un film assurdo di fantapolitica sulla morte dell’anarchico Pinelli. Regia di Antonio D’Agostino. Scene con cardinali, pezzi di collage porno, una roba un po’ pasoliniana».
In tv?
«Esordio con Antonio Ricci. In Lupo solitario. Facevo la critica letteraria».
Aveva studiato?
«Il look».
Intendevo letteratura, l’Università…
«Ho interrotto il liceo artistico al secondo anno. Sempre con Ricci feci l’ultra censurato Matrioska. Poi il flop di Primadonna con Gianni Boncompagni. Lì capii che ero fatta per recitare, più che per condurre. E mi diedi al teatro».
Il calendario di Eva.
«Ho fatto anche quello, ai tempi…».
Intendevo il calendario ideale. Più transversale possibile.
«Presto fatto. Agosto: Jimmi Ghione di Striscia la notizia. Appetitoso. In luglio Rosanna Cancellieri. A maggio la tipa delle Pari opportunità».
Il ministro ds Barbara Pollastrini?
«No, quell’altra: Stefania Prestigiacomo. C’è ancora?».
Scherza? Prestigiacomo era nel governo precedente.
«Aggiungo Ignazio La Russa. Su una croce. Per aprile. E un Romano Prodi fotografato su un divano con un pannolone, per marzo: mese piovoso. Gianni Minoli e Barbara Palombelli: gennaio e febbraio. Claudio Martelli a settembre. Con lui passai un bel pomeriggio a Sabaudia a metà anni Ottanta. Era lì con la sua fidanzata».
Erano i tempi del craxismo.
«Ma io la politica la frequentavo poco. Ricordo Anja Pieroni. Sandra Milo l’ho ritrovata in teatro: è con me nel cast di 8 donne e un mistero».
Due sportivi per ottobre e novembre?
«Carmine Abbagnale, col suo mascellone e Florence Griffith, la velocista. In alternativa… Mark Spitz, con quei baffi anni Settanta. Poi Giordano Bruno Guerri vestito da vampiro per dicembre. E Dacia Maraini, per giugno. Non la vedo da anni, ma un amico mi ha fatto leggere un suo articolo bellissimo, sui preti che si dovrebbero fare gli affari loro».
Favorevole ai Dico?
«Non credo nel matrimonio. Ma i Dico… perché no?».
Adozioni gay?
«Certo. Ma io non lo farei mai».
Rifondazione le garantisce di essere eletta nel 2011 alla Camera dei deputati…
«Scappo all’estero».
Luxuria, che è sua amica, non le racconta le meraviglie della politica?
«L’unica cosa che mi ha detto Vladimir è che si è fottuta la sessualità».
Prego?
«Quando sei troppo esposta, il sesso va a ramengo».
Con Luxuria ha scritto una canzone.
«Un pezzo per Sanremo 2007: Un’anima a metà. Per fortuna l’hanno bocciato. Rischiavamo un po’ l’effetto Isola dei famosi: in pasto al tritacarne catodico».
Lei sull’Isola ci doveva finire nel 2004.
«Simona Ventura e Giorgio Gori mi volevano. Ma il direttore di Raidue, Massimo Ferrario, quello che ebbe dei guai con l’accetta del figlio, si oppose. Meglio così. Avrei fatto molto meno teatro».
Delete. Cancelli un numero dal suo cellulare: Luxuria o Franco Grillini?
«Tengo Luxuria. Transgender».
Tra lei e Luxuria che differenza c’è?
«Vladimir non ha il seno».
Luxuria transgender… Lei androgino femminile…
«Ormai transessuale».
Ma transessuale non è quando c’è il taglio?
«Sì e no. Io il taglio non l’ho mai fatto».
Un settimanale ha raccontato di sì.
«Mi offrirono di fare delle foto per una rivista scandalistica. C’era in ballo una bella sommetta. Solo che mi volevano nuda. Io non volevo fare scatti nuda e così mi feci confezionare un bikini di pelo. Una roba orribile. Che venne scambiata per una passera vera».
Svelato il mistero. Continuiamo il delete. Politici bolognesi: Casini o Fini?
«Tengo Casini. Ma non c’è una motivazione politica».
Immagino. Prodi o Berlusconi?
«Tengo Berlusconi. Pare sia simpatico. E poi ho fatto il film Tenebre di Dario Argento con la moglie Veronica Lario».
Cultura generale. Che cosa è YouTube?
«Un cantante rap?».
Un sito/motore di ricerca per video.
«Non ho il computer».
Quanto costa un pacco di pasta?
«85 centesimi»
I confini dell’Afghanistan?
«Il Marocco?».
Ha sbagliato continente.
«La geografia non è il mio forte. E poi le confesso una cosa…».
Dica.
«Non leggo proprio i giornali».
E perché?
«Mi contaminano il karma».
Ah. Ecco.

LINK:
La casa di Eva Robin’s è un uovo creativo. Quando lei non è impegnata in qualche tournée teatrale (presto sarà a Roma con Frigo e poi ricomincerà con 8 donne e un mistero) la riempie di invenzioni: sculture, specchi, quadri e decorazioni varie. Durante l’intervista però sembra quasi non essere a suo agio in questa sua tana. Si agita sul divano. Forse è la fame. Per tre volte in un’ora, mi chiede se ho mangiato. Finiamo di parlare nella trattoria sotto casa. Dove è un po’ la reginetta: la salutano tutti e non paga mai più di 6 euro a pasto. Prima di salurarci chiedo: perché non fai un’esposizione personale con le tue opere? «Ho già il titolo. La Mostra».

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