Paola Binetti (Magazine – gennaio 2007)

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Ha condotto lancia in resta i comitati referendari contro la fecondazione assistita e da quando è stata eletta in Senato con la Margherita coordina le barricate cattoliche su qualsiasi tema riguardi la famiglia o la bioetica. Paola Binetti, 63 anni, neuropsichiatra infantile, co-fondatrice dell’Associazione Scienza e Vita, è la paladina dei no all’eutanasia, alla droga, all’uso della pillola Ru486, ai Pacs. Miss No. La croce della sinistra zapaterista. Fa parte di un gruppetto di parlamentari detti teodem. E anche per questo è stata soprannominata «capo delle Guardie svizzere in Parlamento». Di più: «la cinghia di trasmissione della Chiesa».
Binetti, lei prende ordini dal Vaticano?
«No. È una falsità».
Guardi che lo ha detto anche un suo alleato, Roberto Villetti, della Rosa nel Pugno, riferendosi all’intergruppo dei parlamentari cattolici «Persone e bene comune».
«Villetti che ne sa? Non ha mai partecipato ai lavori di quel gruppo».
Gloria Buffo dei Ds, ha detto che lei è una integralista cattolica che vuole imporre i suoi valori, come fanno i fondamentalisti del Jihad.
«Io propongo i miei valori, non impongo nulla».
Si dice: il cardinale Camillo Ruini ordina, Binetti esegue.
«È una sciocchezza. La mia formazione cattolica è talmente radicata che non ho certo bisogno di suggeritori».
Però con Ruini è in buoni rapporti. Lo frequenta?
«Lo vedevo nel periodo del referendum. Il cardinale è paterno e rispettoso. Da quando sono stata eletta l’ho incontrato una volta».
Lei è alla sua prima esperienza in Parlamento. Non aveva mai fatto politica?
«No. Il mio punto di riferimento in passato è stata la Dc: un partito che voleva tradurre i valori in progetti e che ha contribuito alla crescita del Paese».
Un partito che ha soprattutto gestito il potere…
«L’uomo è capace di realizzare cose grandiose, ma anche di perdere di vista l’integrità dei valori e gli interessi collettivi. Ha presente il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien? Checché ne dica Andreotti, il potere rischia di logorare chi ce l’ha».
A proposito di Dc. Lei una volta ha detto che il martirio di Aldo Moro le ha lasciato una traccia indelebile.
«Le Br andavano combattute. Ma non al prezzo della vita di Moro. Un giorno ne parlerò con Francesco Cossiga».
La sua adesione alla Margherita come nasce? Si dice che c’entri la Conferenza episcopale.
«Macché. Dopo i referendum, mi chiamò Cristina De Luca, ex presidente dell’Agesci. Gli scout cattolici. Mi disse che Rutelli voleva farmi una proposta».
Colpo di fulmine…
«Ci vedemmo nella sede del partito a Sant’Andrea delle Fratte. Misi sul piatto la mia inesperienza politica. Ma anche il fatto che se credo in qualcosa non evito la battaglia».
Con il leader della Margherita ci parla spesso?
«Se penso di aver esagerato con una dichiarazione lo chiamo. E lui c’è sempre».
L’ultima volta quando è successo?
«Quando ho chiesto le dimissioni di Emma Bonino per la vicenda di Welby. Mi ha detto: “magari avvertimi prima se decidi di chiedere la rimozione di un ministro”».
Lei polemizza spessissimo con esponenti della sua maggioranza. È successo persino sulla scoperta delle cellule staminali nel liquido amniotico…
«Ho gioito per il progresso fatto dalla scienza. Ma ho sottolineato che il liquido amniotico non si compra al supermercato: è l’ambiente naturale del feto e non bisogna abusarne».
Lei ha partecipato al siluramento del decreto Turco sulla cannabis.
«Mi sembrava inopportuno depenalizzare l’uso delle droghe leggere da un momento all’altro».
In quell’occasione ha trovato come alleata Anna Serafini dei Ds. Suo marito, Piero Fassino, sulle coppie di fatto è stato scavalcato a sinistra dal leader di An Gianfranco Fini. Strano, no?
«C’è da dire che i Fassino sono una bella famiglia…».
I Fini non lo sono?
«Non commento».
Binetti ha contribuito a cancellare gli sgravi fiscali alle coppie di fatto dalla Finanziaria. Per indorare la pillola ai pacsisti si disse: nel 2007 vedrà la luce la legge sulle unioni di fatto…
«E vediamola questa legge…».
Commento dal sapore beffardo. Ci stanno lavorando sia la ministra Bindi che la ministra Pollastrini.
«Bindi sta marcando stretto Pollastrini. E fa bene. Io sono per la tutela dei diritti di chi fa parte delle unioni. Niente di più e niente di meno».
E se la coalizione proponesse un vero e proprio riconoscimento delle coppie di fatto con tanto di coinvolgimento dello Stato in materia di fisco, previdenza e successione?
«Non lo voterei».
Maria Antonietta Coscioni, moglie di Luca, sul Magazine ha sollecitato Romano Prodi ad essere più coraggioso sui Pacs.
«La vedova Coscioni faccia quel che vuole. Io resto della mia idea. Cerco sempre una mediazione, ma su certi punti non indietreggio».
Lei, Luigi Bobba ed Emanuela Baio Dossi, i teodem insomma, siete senatori. La maggioranza non può fare a meno del vostro voto a Palazzo Madama.
«Lo so. Nessuno potrà dire che non era stato avvertito».
I centristi cattolici del centrodestra sostengono che lei abbaia ma non morde.
«Io non amo mordere. Spero che i miei alleati recepiscano l’abbaiare come una opportunità».
Dove è nata Binetti?
«A Roma, quartiere Prati, via Germanico, seconda di quattro sorelle legatissime tra loro. Genitori entrambi insegnanti».
Il primo ricordo d’infanzia?
«Mio padre mi raccontava che da bambine io e le mie sorelle ci divertivamo molto quando lui ci portava nel rifugio vicino casa durante i bombardamenti: cercava di renderlo un luogo piacevole. Un po’ come Benigni nella Vita è bella».
Scuole?
«Nel 1948 ci trasferimmo a via dei Quattroventi. Medie e liceo dalle suore del San Giuseppe al Casaletto. Mia madre era maestra a via di Donna Olimpia».
Il quartiere dei Ragazzi di Vita di Pasolini. La Roma di Riccetto e Piattoletta.
«A quei tempi Monteverde era una zona di campagna. Insegnare, per i miei genitori era un modo per creare spazi di progresso e crescita sociale».
Fidanzati?
«Uno. Luigi. Conosciuto alla Facoltà di Medicina. Lo lasciai quando i valori cristiani cominciarono a occupare tutto il mio spazio esistenziale».
Lei che ateneo frequentava?
« La Cattolica del Sacro Cuore a Roma. Poi la specializzazione alla Navarra, l’Università dell’Opus Dei in Spagna».
Erano gli anni Sessanta. Il Sessantotto milanese nacque proprio alla Cattolica.
«Anche noi volevamo un’università più ricca di opportunità. Dicevamo: la più grossa causa delle malattie è la povertà. E andavamo in borgata a fare volontariato».
Si è mai avvicinata ai gruppi extraparlamentari?
«Noi non giocavamo a fare la rivoluzione. Eravamo veri riformisti. Niente barricate».
E niente occupazioni.
«Una volta uscì in bacheca un avviso: grembiule obbligatorio per le studentesse. Il giorno dopo oltre al grembiule ci mettemmo il fiocco e andammo in giro con un cestino per la merenda, come bambine dell’asilo. L’avviso venne ritirato. In quel periodo entrai in contatto con l’Opus Dei».
Voto di obbedienza, sobrietà, castità.

«Nell’Opera non si fanno voti, si vivono virtù».
L’Opus Dei, soprattutto a sinistra, non gode di ottima fama. È considerata un’associazione di destra. In più di un libro si parla di maltrattamenti contro le donne.
«Nessuno mi ha mai maltrattata».
È vero che lei lascia i suoi beni ai seguaci di Escrivà?
«Vivo in un centro dell’Opera, in un appartamento, grande, con altre sette donne. I beni di cui dispongo li dedico alle attività dell’Opera: ospedali, campus universitari… La prima esperienza con l’Opus Dei, quando ero studentessa, è stata insegnare igiene in un centro professionale sulla Tiburtina. È lì che ho incontrato per la prima volta il Fondatore. La formazione per me è un valore fondamentale, perché garantisce libertà e autonomia all’individuo».
Lei è una numeraria dell’Opera. È vero che i numerari dormono su tavole di legno?
«Dormo sul duro. Guardi che fa bene alla schiena».
L’autoflagellazione? È una leggenda?
«La mortificazione è un esercizio della volontà. I fioretti fino a qualche anno fa li facevano tutti. Oggi per mantenersi in forma c’è gente che passa ore in palestra. Ci sono donne che vivono su tacchi a spillo scomodissimi».
E questo che cosa c’entra?
«Queste cose io non le farei nemmeno spappolata. La mortificazione cristiana è offerta per un valore. Non capisco perché socialmente si accettino le motivazioni individualistiche di mortificazione e non quelle religiose».
Il cilicio non è esattamente come un’ora in palestra… Come è fatto un cilicio?
«Ha presente la statua del Nilo, nella Fontana dei Fiumi del Bernini? È un laccio stretto sulla coscia».
Lei mica lo porta tutti i giorni?
«No. Ci sono giorni in cui il quotidiano ci dà abbastanza mortificazioni. Ma guardi che nell’Opus Dei nessuno ti costringe a fare nulla».
Ci mancherebbe altro.
«Il Fondatore diceva sempre che l’argomento più forte per fare qualcosa è: porquè me da la gana, perché mi va».
A Welby andava di morire, perché non poteva morire?
«Welby ha subíto una manipolazione».
Lei accusa i radicali. Ma Welby li incontrò quando era già un sostenitore dell’eutanasia.
«Welby voleva dare un senso alla sua malattia. Se qualcuno lo avesse aiutato a dare un senso diverso a quella sofferenza…».
È stato un errore non concedergli i funerali religiosi?
«Mi è dispiaciuto. E ho pregato per lui».
Ma alla cerimonia laica lei non c’era. In quegli stessi giorni il sindaco di Roma Walter Veltroni, insieme con il cardinal Ruini, ribattezzava la Stazione «Giovanni Paolo II».
«Lì, ci sarei andata più volentieri».
Veltroni è considerato uno dei possibili leader del futuro partito democratico. Binetti chi sceglie tra lui e Rutelli?
«Rutelli».
Malgrado i trascorsi radicali?
«Rutelli è uno che non dipende dal consenso: ha la capacità di prendere decisioni».
Tra lui e Prodi?
«Stimo Prodi. Apprezzo la sua leadership e il suo percorso di cristiano. Ma Rutelli è un politico che quando c’è da mettere la faccia su un valore forte, sceglie sempre il valore in cui credo anch’io».
Valori ultracattolici. Che Santa avrebbe voluto essere: Madre Teresa di Calcutta o Santa Chiara?
«Madre Teresa è più vicina alla mia sensibilità».
Lei ha amici di altre religioni?
«Molti ebrei. E qualche musulmano. Ho un buon rapporto con il collega Khaled Fouad Allam. Lui rappresenta l’Islam moderato e dialogante».
C’è qualcuno da riabilitare nella politica italiana?
«A sinistra Anna Serafini. È stata maltrattata da molti colleghi di partito e dal Riformista».
Agenda Tremonti (con le tappe per le riforme istituzionali) o agenda Giavazzi (con le liberalizzazioni)?
«Agenda Giavazzi. Riformismo. Ma che sia accompagnato dal Welfare».
Chi è il cavaliere del riformismo nostrano?
«Bersani ha cominciato bene. E ovviamente Rutelli, che ha fatto del riformismo il suo leit motiv».
A cena con qualcuno del campo avverso…
«Intende Franco Grillini?».
Grillini potrebbe diventare presto un suo compagno di partito. Intendevo quelli del centrodestra.
«Ce ne sono tanti: Buttiglione, Volonté…».
Dalla torre chi butta: la teo-amica diellina Maria Paola Merloni o la ministra diessina Livia Turco?
«Non ho nulla contro Merloni. Ma tengo Turco con cui devo fare ancora dei passi importanti».
La paladina anti-velo Daniela Santanché o la pasionaria ulivista Rosy Bindi?
«Butto giù Santanché. Ha una dimensione della mondanità troppo lontana da me».
Cattopresentatrici: Lorena Bianchetti o Gigliola Cinquetti?
«Chi è questa Bianchetti?».
Cattopresentatori: Antonio Badaloni o Andrea Sarubbi?
«Faccio restare sulla torre Sarubbi, col suo ciuffo».
Ultima: sul suo tavolo ho visto tre cartelline verdi. Sono i dossier su Pacs, droghe e staminali. Ne scelga uno da buttare.
«Nessuno. Anzi, ne aggiungo un altro. Sul Darfur. Vorrei che in Parlamento il conflitto sudanese divenisse una priorità».

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Quando Binetti accenna al Signore degli Anelli per spiegare il rapporto tra la politica e il potere, mi viene in mente che anche Giorgia Meloni di An l’estate scorsa aveva usato lo stesso riferimento letterario: aveva detto che il suo personaggio preferito era Sam Gamgee, il piccolo hobbit paffuto. E quello di Binetti? «Anche per me è Sam. Il simbolo dello spirito di servizio». Immaginando che per la senatrice cattolica il malvagio Sauron sia Pannella («Perché no?»), chi è l’Aragorn dei palazzi romani, il re vittorioso? Risposta scontata: «Rutelli. Un leader che si mette in discussione per le sue idee».

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